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Baustelle all’Auditorium Parco della Musica: un impeccabile viaggio nel pop – RECENSIONE

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di Walter Bianco

Grande successo, all’Auditorium Parco della Musica, per la tappa romana de L’Amore e la Violenza Tour”, che i Baustelle stanno portando in giro per l’Italia per promuovere il loro ultimo, omonimo album, di recente pubblicazione.

Lo stage concept è perfettamente coerente con l’impostazione estetica e musicale voluta dalla band toscana per il loro recente lavoro discografico: nel vedere la scritta BAUSTELLE in caratteri “bauhaus” – esplicita, e non unica citazione stilistica dei britannici Pulp (ci torneremo) – su una tenda attraverso la quale si intravede lo schermo che si illuminerà nel corso del concerto con grafiche in stile optical, ed il design della console su cui sono ben esposti diversi sintetizzatori vintage, sembra di ritrovarsi sul set di una puntata di “discoring” della fine degli anni 70.

Diversamente dal tour di Fantasma, in cui il trio si era circondato di un’imponente orchestra, qui la band vede, oltre ai suoi tre fondatori, Francesco Bianconi alla voce e, saltuariamente alla chitarra acustica ed alle tastiere, Rachele Bastrenghi alle tastiere ed alla voce e Claudio Brasini alle chitarre, una composizione più compatta: Andrea Faccioli ed Diego Palazzo alle chitarre; lo stesso Palazzo ed Ettore Bianconi alle tastiere ed alla parte elettronica; Alessandro Maiorino al basso e Sebastiano De Gennaro alla Batteria.

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Rispetto al passato, Francesco Bianconi, sempre più esile e filiforme, divide più frequentemente l’onere di lead vocalist con Rachele, ed i due hanno acquisito una sicurezza ed una padronanza vocale che non sempre erano state, in passate esibizioni live, all’altezza della situazione.

Il concerto ha un’impostazione molto classica: diviso in due tempi, nel primo del quale viene proposto esclusivamente il materiale estratto dal nuovo album, mentre nel secondo si spazia nella produzione del passato.

Vengono snocciolati quindi con disinvoltura i primi brani dell’album: canzoni che, come in un folle frullatore, mischiano, confondono e ripropongono citazioni molteplici, dal Battiato degli anni ’80 nelle modulazioni vocali de “il Vangelo di Giovanni”, ai Pulp di Common People, che vengono in mente appena si ascolta l’attacco strumentale di “Amanda Lear”; dai vagheggiamenti dannunziani richiamati in alcuni versi di “Betty”, al bubblegum pop di Eurofestival e di “La Musica Sinfonica” – in cui addirittura viene usato nel ritornello uno dei più vieti giri di accordi della musica pop. Tutto è molto svelto ed up-tempo,  con un’atmosfera decisamente più leggera – qualcuno direbbe leggerina – rispetto a quella di alcuni tour precedenti.

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Crediti Foto Simone Giuliani

I momenti migliori di questa prima parte del concerto sono sicuramente affidati a brani come “Basso e Batteria” in cui il celebre riff di basso della sigla di Sandokan, ormai patrimonio della memoria collettiva di una generazione, diventa lo spunto ritmico per un brano strisciante ed incalzante; o come “La Vita”, la cui melodia si riallaccia senza timidezze alla tradizione musicale melodica italiana; o ancora come “Lepidoptera”, sicuramente il brano più riuscito di “L’Amore e la Violenza”, e che anche dal vivo rappresenta il pezzo più affascinante, con i suoi tappeti di sintetizzatori d’antan che fanno da base per una progressione di accordi tipica dei migliori Baustelle. Al contrario, altri pezzi, che nell’album possono funzionare discretamente, come “L’Era dell’Acquario”, nell’esibizione dal vivo dimostrano la loro inconsistenza e lasciano il pubblico abbastanza freddo.

E’ col secondo tempo, però, che i cuori dei fan hard-core di Bianconi e soci, si riscaldano: si parte con una strana e un po’ sbilenca versione di Charlie fa surf, per poi  spaziare da Gomma a La Canzone del Parco, da sempre uno dei momenti clou dei concerti dei Baustelle; da La Moda del Lento a La Canzone del Riformatorio; da Un Romantico a Milano a Le Rane. E’ un catalogo del meglio che i Baustelle hanno saputo dare al loro pubblico, presentato talvolta anche in una veste più originale, come nel caso di “L’Aeroplano”, riproposta in una chiave elettro-pop che ricorda l’elettronica dei Kraftwerk: canzoni in cui la band ha saputo tradurre le fascinazioni, i molteplici riferimenti culturali e musicali sia personali che collettivi, in un linguaggio originale ed inconfondibile, compilando, album dopo album, canzone dopo canzone, un catalogo della nostra cultura popolare collettiva, alta e bassa: da Brassens a De Andrè, da Morricone a Serge Gainsbourg, da Battiato al brit-pop.

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In questo viaggio, che nel secondo tempo del concerto ci viene proposto in alcuni punti salienti, i Baustelle hanno dimostrato di aver appreso bene la lezione di una band britannica, poco amata qui in Italia: i Pulp. Ammantare di un vestito pop apparentemente di facile consumo e facilmente riconoscibile per i richiami al gusto popolare, dei testi che invece raccontano in maniera peculiare ed obliqua le ansie, le malinconie, i dolori e le speranze della nostra epoca e della nostra società, contraddittoria ed indecifrabile.

Certo, col tempo – anche nelle loro esibizioni dal vivo – si è fatta strada un po’ di “maniera”, che fa perdere un pizzico di spontaneità alle loro performance, le quali peraltro sono diventate formalmente impeccabili  rispetto al passato. Ciò nonostante, nel panorama pop italiano, i Baustelle sovrastano di una spanna abbondante i non numerosi concorrenti: e questo si è visto e sentito ampiamente nell’ottima esibizione all’Auditorium di Roma.

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