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Sharon Selene: Italia – Usa andata e ritorno. INTERVISTA

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di Elena Nesti 

Ascoltando il suo singolo di lancio Iron Hearts, prodotto da Roberto Vernetti e Michele Clivati negli studi We Are Next3 e distribuito da Universal Music, si ha la certezza che Sharon Selene sia una delle poche italiane a potersi permettere di presentare un pezzo in inglese. Che il merito sia dei sette anni vissuti a Los Angeles? Certo è che Sharon Selene si è rimboccata le maniche e ha trasformato il suo Sogno Americano in un progetto di produzione concreto che è già realtà: girato nell’Islanda dai paesaggi mozzafiato, il video della sua Iron Hearts è uscito da qualche settimana.

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Il tuo singolo Iron Hearts ha un sound chiaramente internazionale. Da dove questa scelta e da quali artisti trai ispirazione a livello di sound e di poetica?

Quello che scrivo e scelgo di produrre è il risultato dei miei ascolti, essendo un’amante del pop fatto ad arte. Le referenze restano Max Martin, i suoi stretti collaboratori e pochi altri. Non scomoderei “i grandi” come Michael Jackson o Bob Dylan: quelli sono sempre presenti anche quando non lo sai.  Martin ha creato il pop contemporaneo ed io sono anni che ascolto qualsiasi cosa provenga dai suoi studi. Può sembrare una risposta banale per chi è dell’ambiente, ma tenere allenato l’udito è necessario se si vuole stare al passo e lui ribalta sempre le regole. Si corrono rischi, ma è la bellezza del gioco. 

Sei una cantautrice anomala – almeno per la nostra immagine mentale della cantautrice – non ti presenti con la chitarra o al pianoforte. Eppure scrivi tu stessa i tuoi pezzi…

Le mie canzoni nascono in modi diversi. A volte alla chitarra o al piano, a volte per intero nella mia testa, comprese di melodie e parole, altre volte parto da un testo, spesso parto da un “beat” oppure parto da una frase letta o ascoltata. Sono consapevole che se la canzone non sta in piedi in acustico non è una bella canzone, ma per me saper produrre bene una canzone, a partire dal mixing, è la cosa fondamentale.  Se non si fosse capito sono un’amante dei club e delle produzioni che abbiano un certo “tiro”. 

Raccontaci come ti stai facendo spazio nel music business internazionale.

Certo, devi cantare in una lingua comprensibile alla maggior parte delle persone come l’inglese e/o lo spagnolo, anche se all’estero non devi farti spazio: c’è posto per tutti. Questo lo dimostra il fatto che se mandi una mail di lavoro ti rispondono entro due giorni. Sanno che l’ispirazione può arrivare da ogni dove e in qualsiasi momento: il mondo è grande!

Nei 7 anni che hai passato a Los Angeles, quali pop-star hai avuto modo di vedere all’opera? Quali sono le differenze sostanziali col modo di lavorare che abbiamo in Italia?

A Los Angeles ho guardato lavorare da vicino Gwen Stefani, Nelly Furtado con Timbaland e Celine Dion, ma sopratutto ho osservato come si muovono i loro agenti e i manager. Si lavora in squadra: ognuno ha il suo ruolo di uguale importanza. Fare lo show è una cosa, farne un business un’altra: l’autodisciplina, lo studio e l’incessante applicazione sono le chiavi di Volta. Il talento è un dono, il successo un lavoro. 

Hai scelto di occuparti tu stessa della produzione esecutiva. Come reagiscono gli addetti ai lavori nell’avere a che fare con una donna-manager?

Non mi sono mai posta davvero il problema. Nella musica, come in qualsiasi altro lavoro, se sei una donna devi comunque lavorare tre volte più di un uomo per essere considerata “minimamente intelligente o preparata”. Anni fa un amico mi disse “Non aspettare nessuno. Tu devi essere la discografica di te stessa” e penso  che avesse ragione. 

Sul tuo sito parli di  “clito state of mind”. Cosa metti sotto a questa formula e in che modo fa parte della tua poetica?

Siamo intrappolati in una società in cui il “tutto e subito” la fa da padrone. Consumiamo senza desiderare e questo ci ha trasformati in persone incapaci nelle relazioni emozionali e bulimiche nel consumo sessuale. “Clito State of Mind” è per me la capacità di riprendersi il piacere, il desiderio, la passione per tutto quello che ci circonda. È il cantare di sensazioni invece che di emozioni. È tornare al contatto invece che pensarsi da lontano. È tenere accesa la fiamma anche quando preferiamo nasconderci dietro ai personaggi che ci siamo inventati sui social. La vita è altrove. La vita è nell’orgasmo che si prova quando amiamo, siamo amati e siamo consapevoli del presente. 

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Sharon Selene – Iron Hearts VIDEO

 

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Elena Nesti
Classe ’88, la Nesti è nata in uno scontro tra civiltà, quella pisana e quella livornese. Scappata di casa in direzione della capitale, qui a vent’anni tondi tondi è riuscita a far produrre il suo primo spettacolo musicale, « Seta & Cera ». Una tesi sulla metanarrazione e il canto melismatico nell’opera-rock Rent l’ha portata alla laurea in DAMS - e siamo d’accordo che per il suo bene non dovremmo farne menzione in una biografia - ma ha rimediato andando in esilio preventivo a Parigi per sette anni. Dopo aver sovversivamente portato l’hip hop e tutta la crew alla laurea in etnomusicologia e antropologia della danza, l’Università Franco-Italiana sovvenziona il suo studio per il dottorato di ricerca in antropologia della musica sulla ricezione delle canzoni come forme essenziali dell’interprete e come catalizzatori di diversi strati di vissuto. La Nesti è dunque tornata in missione sul campo di battaglia italiano carica a pallettoni, ma il suo amore di antropologa della musica per il suo oggetto di ricerca, l’essere umano musicale, si è esaurito in due giri di stazioni fm. Scriviamone.

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