Home Il Jazz 360° Alessandra Mirabella, intervista tra parole e note su “Remember”

Alessandra Mirabella, intervista tra parole e note su “Remember”

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Alessandra Mirabella photo by Paolo Galletta
Alessandra Mirabella in Studio, Photo by Paolo Galletta @Jazzy Records
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di Stefano De Maco

Appuntamento telefonico con Alessandra Mirabella, per approfondire ciò che che sta tra le tracce del suo ultimo cd, “Remember”, (Jazzy Records). Il disco, come già recensito, è un lavoro monografico dedicato a Irving Berlin, regeistrato in diretta con ottimi musicisti. Vediamo di conoscere meglio Alessandra, nonstante i limiti teconolgici di una registrazione.


Buongiorno, come vanno le cose a Palermo?

Meravigliosamente bene, direi, col sole e le montagne un po’ innevate.

La prima domanda riguarda Alessandra cantante e Alessandra Psicologa e Operatrice sociale: che interazione hanno questi lati di te?
Musica e Psicologia hanno sempre fatto parte della mia vita, interconnesse tra loro. Iniziai a studiare presto, facendo una pausa per la Laurea e Abilitazione per questioni di priorità e tempo. Cominciai la mia attività presso l’Istituto Penale Minorile di Palermo, mi sono poi ritrovata a riprendere la Musica come strumento terapeutico e formativo. Riscoprii così, facendo il Laboratorio di Musicoterapia, che il filo dentro di me non si era per nulla interrotto, e devo ammettere che pur partendo con propositi formativi, mi ritrovai, senza accorgermene, io stessa coinvolta. Spesso succede così. Fondamentale è stata la relazione e l’interazione con i ragazzi e gli altri formatori. Così realizzai che non potevo stare senza la musica, e così ho ripreso sia gli studi con Loredana Spata, sia il mio percorso personale artistico e musicale. In seguito ho approfondito con varie masterclass, tra cui una con Bob Stoloff, molto bella.

In cosa consisteva l’attività di Musicoterapia che svolgevi presso l’Istituto?
Come psicologa operavo nell’ambito del recupero dei minori che sono ospitati presso la struttura. Insieme ad altri operatori e figure professionali abbiamo cercato di utilizzare la musica come elemento di aggregazione e formazione, in cui creare percorsi di crescita e condivisione, attraverso delle regole e il divertimento, come qualsiasi tipo di attività ricreativa e educativa. La Musica è un pretesto per stare insieme, per condividere, in cui si impara a rispettare luoghi e regole. Necessita di tempo, ma è naturale.

Come mai hai scelto Irving Berlin come autore per questo lavoro monografico?
Ho sempre amato questo tipo di repertorio, Gershwin, Porter e gli standard, che sono un po’ i miei punti di riferimento. Berlin è sempre stato uno dei più influenti, tant’è che ho deciso di aprire il disco con “Cheek to Cheek”, che ho sempre suonato fino a farlo mio. Berlin non è tra quelli più conosciuti dal grande pubblico, ma forse proprio per questo mi ha affascinato la sfida che poneva tale scelta. Molta gente magari conosce i suoi brani tipo appunto “Cheek to cheek” o “White Christmas”, senza sapere bene chi ne fosse l’autore.

Come sei arrivata a questa formazione con la quale hai realizzato il tuo CD?
Ci conoscevamo da un po’ di tempo soprattutto con Giovanni Mazzarino, con il quale ho collaborato anche a delle mastercalss in cui ho partecipato come vocalist. Essenzialmente nell’ambito dei Festival, o comunque situazioni Live, dove in varie occasioni ho incontrato anche gli altri musicisti, Max Ionata, Rosario Bonaccorso e Nicola Angelucci. Sono state davvero diverse le occasioni di fare musica insieme sul palco, variegate come repertorio e formazione, ma unite dal filo del linguaggio.

Quindi un background che nasce sul palco? E anche per questo che avete scelto di registrare in diretta?
Assolutamente sì, è stata una vera e propria esigenza quella di respirare quell’aria, senza successive sovrapposizioni, tipiche di produzioni di altri stili. Il jazz è sempre stato così, estemporaneo, immediato, al di là dello stile usato. E riportare questo feeling nella registrazione è stato parte integrante del progetto.

Cos’è il Jazz nella tua quotidianità?
È una parte fondamentale, devo sempre ascoltare o leggere qualcosa che riguardi il Jazz, una passione che mi porto dentro da tempo. Con fedeltà, rispetto, passione. In me provoca una risonanza empatica che supera quella degli altri generi, che pure ascolto.

Toni Morrison spiega nel suo libro “Jazz” che il termine indica un miscuglio. Per te è così?
Mi ci ritrovo molto in questa spiegazione, lo vivo come uno stile di vita. Non sono una persona che ama sempre fare le stesse cose. L’improvvisazione è come una metafora del vivere in maniera creativa. Mi piace confrontarmi con situazioni e realtà diverse.

I suoni come colori, come li consideri?
Penso che non esistano particolari confini. Essendo sempre in continua ricerca, benché abbia il mio suono, cerco sempre dentro di me nuovi spunti, nuove prospettive o visuali. Pur avendo dato largo spazio alla preparazione tecnica, non mi soffermo alla sua celebrazione, ma la vivo come un semplice strumento. Mi aiuta avere un timbro da contralto, per cui posso esplorare regioni sonore più corpose, timbricamente meno squillanti rispetto ai soprani. Mi piace dedicarmi ai piani sonori, concentrandomi sull’essenziale.

“Remember” è un disco di nostalgia, o un disco di apertura, cioè un punto di arrivo o un punto di partenza?
Direi assolutamente la seconda ipotesi, un punto di partenza. Racchiude un po’ un ciclo di esperienze, racconta la tua vita fino a “quel momento” come un album di fotografie. Lo sguardo è proiettato al futuro, è un punto fermo come dire “da qui in poi”. Non mi piace stare ferma sui miei passi.

Il prossimo disco, se è già in progetto come sarà?
Non ho ancora preso delle decisioni in merito, ma non escludo la possibilità di concentrarmi ancora su un autore in particolare. I lavori monografici sono importanti e c’è tanto materiale che merita attenzione e che fa parte del mio passato e del mio repertorio.

Ti capisco perfettamente, essendo cantante anche io. E da cantante di chiedo: come vivi l’emozione del palco?
Sono molto concentrata, acuendo tutti i miei sensi, tutte le percezioni. Sono strumenti per entrare in relazione col “momento”. L’emozione ne fa parte integrante. Il contatto col pubblico è molto importante è stimolante, sempre, che si tratti di un concerto in rassegne o in club.

Com’e la situazione locali live a Palermo?
Ultimamente direi un po’ drammatica, a parte qualche sporadica eccezione. La mancanza si fa sentire anche dal punto di vista di aggregazione, incontro, non solo musicale. Qualche anno fa collaborai con uno di questi locali, “Palermo Jazz Club” occupandomi della programmazione artistica, che purtroppo ha poi dovuto chiudere, nonostante musicisti come Rava, Bosso e altre realtà locali ma altrettanto validissime fossero passati di lì.

Secondo te perché queste attività fanno fatica a nascere e soprattutto a crescere, problemi di pubblico o burocrazia?
Non è semplice, non è solo il pubblico, perché la risposta c’è sempre. Credo siano una serie di fattori, non ultimo la ciclicità dei fenomeni di socialità. Il rammarico nasce anche per l’impossibilità che ne consegue con queste chiusure, di promuovere artisti locali, creare situazioni di incontro e confronto musicale. E questo ovviamente non alimenta l’interesse, almeno in una forma più ampia di quella puramente estetico-musicale.

Ultima domanda: che rapporto hai con i Social, un rapporto utile o di diffidenza?
Avendo poco tempo e molte cose da fare (sono anche una madre felice!) non riesco a dedicarmi con costanza al mondo dei Social Network. Ci sono periodi in cui riesco ad esser più presente, altri in cui devo affidarmi a chi mi aiuta a seguire l’attività. Trovo che siano uno strumento molto utile, in ogni caso. Il virtuale è il luogo “della possibilità”, di divulgare, pubblicare, di conoscere. Quindi può essere anche utile per la diffusione e formazione, facendo conoscere a una generazione di giovani che nativamente è più radicata in tale fenomeno, esperienze artistiche molto anteriori a loro, linguaggi che non trovano facilmente spazio nelle dinamiche di comunicazione di massa. È molto utile per avvicinare fasce di persone che per età non hanno contatto col passato.

Chiuderei chiedendoti che rapporto hai con la tua discografica, Jazzy Records?
Un rapporto di totale fiducia, anche di amicizia in realtà. Mi affido a loro, anche per la stima che nutro per loro e per la passione che mettono in ciò che fanno.

Grazie per il tuo tempo, e per la tua coerenza che affiora anche nelle tue parole, non solo nelle tue note

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