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Matteo Cona: “Something to do on Sunday”, un album che nasce dal respiro della strada – RECENSIONE

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Matteo Cona
copertina Cd Matteo Cona "Something to do on Sunday" ©WorkingLabel
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di Stefano De Maco

E’ uscito “Something to do on Sunday”, secondo album di Matteo Cona, chitarrista romano per l’etichetta Working Label. Un disco che risente di molti influssi, come è ragionevole che sia quando non nasce dal cassetto ma dal respiro della strada. Perché caratteristica particolare di Matteo, oltre a mescolare sapientemente e visceralmente sonorità e stili, è anche la sua fonte di ispirazione, cioè la vita vissuta non solo in prima persona nel suo impegno sociale e di solidarietà, ma anche attraverso gli occhi di chi incontra.

Un disco con ottimi spunti musicali ed artistici, che recupera influenze consolidate, ma lo fa con una freschezza e generosità artistica che esula dalla citazione ridondante e autocelebrativa.

Il jazz per sua intrinseca etimologia, significa appunto un “mescolare”, un termine nato agli inizi del secolo scorso e che ha definito poi uno stile musicale che contiene quanto di più vario si possa immaginare. Un po’ come nella Classica coesistono Haendel, Palestrina, Gershwin e Shostakovich.

La chitarra di Matteo si intreccia nel sax di Augusto Pallocca, in un dialogo che a volte si rincorre, a volte si affianca, sorretti da una solida ritmica che vede Sergio Tentella alla batteria e Carlo Ferro alle tastiere e basso synth. Sonorità e stili che mischiano Jazz e Nu-Soul. Giovani talenti che varcano la soglia dei “Trent’anni” ma che già si muovono con padronanza e ricercatezza.

Ad un primo ascolto parrebbe di tornare ai patinati anni’90, all’esperienza di jazz-fusion in cui sonorità elettriche, acustiche ed elettroniche cominciavano a fondersi in maniera organica. Il riferimento ai chitarristi del settore è ovvio. Matteo però riesce saggiamente a non cadere nel lirismo di maniera, sorretto da una vena ispirativa che lo guida come un filo d’Arianna nel labirinto della grammatica musicale.

Come un reporter, narra le sensazioni di una vita vissuta anche attraverso occhi di altri e questo già rende il disco un progetto generoso.

Al centro ci sono “storie” narrate con le note e i colori dei suoni, in un linguaggio universale, quale la musica al di là dei confini di genere può offrire.

Si parte con “Remi” dedicato alla rinuncia che spesso chi mette su famiglia deve affrontare per fronteggiare le responsabilità sempre più difficili in questi tempi, una rinuncia che seppur fatta per amore, inevitabilmente ti fa lasciare dietro pezzetti di te.

La morbidezza della figura di un salice segue poi in “Willowtree” quasi un contraltare all’immagine della forza di una quercia, che resiste nella sua apparente arrendevolezza.

Un omaggio al proprio mentore Enrico Bracco viene con “Like Bracco” terza traccia, dove gratitudine per la guida ed energia per l’entusiasmo si mischiano con l’affetto. Quasi un abbraccio di riconoscenza Zen.

L’affetto ritorna in maniera ancora più intensa in “Agapanthus” dedicata all’Amicizia, sentimento indissolubile e che travalica i confini.

Beit”, termine arabo per indicare casa, il senso dell’esperienza solidale che Matteo vive quotidianamente trova lo spazio per esprimere il sentimento, che parte con tappeti sonori aperti e progressioni sospese, in cui il tema si insinua con lo struggimento del ricordo. Casa è un luogo, ma spesso anche uno stato d’animo, e per chi viaggia o migra è un sentimento intenso.

Il ricordo delle radici si esprime nel brano successivo, “Adana”, luogo in cui nacque lo zio di Matteo. Il tema dell’approccio a ciò che “diverso” da noi non solo etnicamente ma anche culturalmente ci riporta alle parole di Tahar Ben Jalloum nel libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” in cui afferma che “ciò che non conosciamo ci fa paura” e crea la diffidenza, il sospetto per incapacità di entrare in contatto empatico con ciò che semplicemente non conosciamo, e spesso non vogliamo nemmeno conoscere. O riconoscere.

La chitarra come strumento di esplorazione nella propria passione ludica per i videogiochi diventa momento di riflessione. “il Sopravvissuto” del titolo è colui trova la forza per resistere all’alienazione attraverso una ricerca anche spirituale nelle frustrazioni e ossessioni che non solo un videogioco può provocare, ma soprattutto una quotidianità che non concede un secondo game-over.

Ritorno agli affetti con il brano “Isa” dedicato alla madre, archetipo di un Amore generoso e disinteressato, ma non per questo facile e scontato. Come le progressioni armoniche usate, emblema di una elaborazione personale attraverso gli ostacoli del vivere seguendo la rotta del cuore.

Il video gioco come metafora del vivere, ritorna in “Banjo” nona traccia in cui il tema della condivisione prende il sopravvento sulla vittoria, dando calore e valore al gioco di squadra piuttosto che al personalismo cinico e arido.

Chiude il disco la reprise del brano d’apertura, “Remi” come la chiusura di un immaginario cerchio espressivo, un insieme che racchiude sotto-insiemi, aprendo ad approfondimenti e domande, che si collegano al titolo del Cd, “Something to do on Sunday” come un invito a non sprecare il proprio tempo in inutili pause oziose o riflessioni sterili, ma coltivando interessi, alimentando la curiosità. Che non è solo dell’Artista, ma dovrebbe appartenere ad ogni Essere Umano. Quella curiosità che ci fa aprire la porta non solo metaforicamente, ed uscire verso il mondo. E soprattutto verso il “diverso” da noi. Sia esso musicale o umano. Senza troppi pregiudizi, con una leggerezza da mattina fresca e soleggiata.

matteo cona
“Remi” – Matteo Cona VIDEO

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