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Zärat, i talenti dell’Officina della Musica & delle Parole crescono. Esce l’album “Perceptions” – RECENSIONE

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Zarat
Zärat - Perceptions - Photo by Mario Miccione
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di Claudio Ramponi

Lo scorso mese di ottobre chi scrive ha avuto modo d’incontrare Zärat, giovane artista, all’Officina della Musica e delle Parole (qui il nostro articolo di presentazione), il laboratorio-incubatore creato da Alberto Salerno per sviluppare e far crescere i giovani talenti.

Sono rimasto colpito dalla sua maturità, non comunemente riscontrabile in un ragazzo di vent’anni, dalla sua voglia d’imparare mettendosi in discussione, assorbendo avidamente ogni consiglio ed osservazione, rivolti non solo a lui, ma anche agli altri emergenti partecipanti alla sessione da parte dei formatori dell’Officina, tutti esperti e navigati professionisti che hanno scritto pagine memorabili della musica pop italiana.

zarat

Dotato di un bel timbro di voce che padroneggia con estrema facilità in ogni registro passando agevolmente dalle note basse a quelle più acute, è anche un provetto musicista che si destreggia abilmente fra pianoforte, tastiere elettroniche e percussioni, oltre a comporre musiche e testi dei suoi brani occupandosi anche degli arrangiamenti.

Il 19 febbraio è stato pubblicato, sulle principali piattaforme digitali, il suo primo album autoprodotto “Perceptions”, un lavoro molto interessante, 10 brani cantati in inglese con una discreta anche se migliorabile  pronuncia.

Le atmosfere dell’album si rifanno alla New Wave anni ’80 e filiazioni successive con un predominante ed intelligente uso di tastiere e ritmiche elettroniche su cui la stupenda voce di Zärat tesse toccanti melodie sostenute da eleganti arrangiamenti ed accurate sonorità che rievocano immagini di verdi distese del Nord Europa attraversate da ampie rettilinee strade bagnate dalla pioggia nella luce crepuscolare, cosa che può risultare sorprendente se si considera che Zärat, al secolo Marco Abete, è originario del Vomero, il quartiere più densamente popolato di Napoli.

zarat

Apre l’album “Resolute Reaction” ed è un gran bel biglietto da visita. Brano dall’inizio introspettivo tutto giocato su di una leggera ritmica affidata ad un suono di koto che, con gamelan e tablas, gli conferiscono un sapore vagamente orientale, per poi sfociare in un potente refrain in cui subentra un deciso ritmo di tamburi appesantito da lunghi pedali sui bassi del pianoforte, doppiati alla stessa ottava da suoni sintetici, e quindi raggiungere il culmine nel liberatorio acuto di “And just music is gonna save me”.

Ogni volta che ti permetto di descrivermi ed ascolto cosa pensi di me lasciandoti fare a pezzi la mia autostima, sono meglio di quanto pensi, ma fuori c’è nebbia  e non riesco a farti vedere la mia parte migliore. Forse sono azione e reazione, come il cuore ed i piedi, come il tuono sul mare, è tutto nelle mie mani e solo la musica mi salverà

“Arms of nothing”  brano lento, di ampio respiro, ma sorretto da un’incalzante e precisa ritmica di basso e batteria, introdotto da un bordone di flauto synth su un tappeto ritmico di effetti elettronici e violino pizzicato che si alterna alla ritmica nei momenti di riflessione, caratterizzato nel refrain da un controcanto di violino, tanto equalizzato e compresso da sembrare un organo Farfisa, che dialoga con la voce.
Come racconta l’autore sul suo sito ufficiale: “Il brano è la metafora di un angelo che si accascia tra le ceneri di una casa e si addormenta; lui cade in un sonno profondo, ed al suo risveglio, la casa che lo circonda è stata mangiata dal tempo e dalla natura, che nel frattempo ne ha ripreso possesso”.

“Silenziosamente sdraiato sul pavimento, un cerchio di cenere attorno a me, la cenere delle battaglie che ho combattuto prima di essermene andato, prima che giacessi sulle mie armi: è questa una caduta? Non ne sono tanto certo. Racchiudo in me le armi di niente ed il mondo scorre lentamente, mi fermo a fissare tutto, tutto il tempo che sta trascorrendo, ogni scintilla impazzita, in me solo la luce dei miei occhi. Non c’è spada che possa spezzare questi cambiamenti, nessuna parola per spiegare me stesso, ora dormo dolcemente per non svegliarmi mai”

“Wake up” comincia con la sola voce accompagnata dagli accordi del pianoforte in battere sul primo tempo di ogni misura della strofa, mentre nel ritornello entra la consueta precisa ritmica di basso e batteria rinforzata dagli ottavi ribattuti in arpeggio del violino suonato da Giulio “Sithron” Canosa. Brano immediato con una melodia accattivante che potrebbe funzionare bene in radio.

“Le campane della chiesa stan suonando e l’eco dei rintocchi si ripete su queste montagne, non posso uscire da questo stato d’incoscienza, è cosí piacevole non parlare, una lacrima scorre sulla mia pelle, per piacere non svegliatemi. Sveglia! Sveglia!
E le mie labbra sembrano cercare calore. C’è tanto silenzio attorno a me ed è musica per le mie orecchie mentre il vento soffia forte e mi sta portando via”

“All is full of love” è la cover del brano di Björk, un mantra basato su di una ritmica ipnotica le cui essenziali note di basso conferiscono un’adeguata profondità e spessore all’argomento trattato.
La voce che ripete il mantra “All is full of love” è quella di  Giulio “Sithron” Canosa che si alterna, nelle battute finali, a quella più profonda del padre di Marco.

“Ti sarà dato amore, si avrà cura di te, devi crederci, forse non dalle fonti in cui hai versato il tuo, forse non dagli obiettivi che stai fissando. 

Guardati in giro, è tutto intorno a te, tutto è pieno d’amore, tutto intorno a te.

Tutto è pieno d’amore: solo non stai ricevendo, il tuo telefono è staccato, le tue porte sono chiuse. Sii il piccolo angelo, tutto è pieno d’amore… tutto”

“In the middle” si avvale della partecipazione di Anita Racca delle Yavanna (l’ormai disciolto gruppo vocale femminile che aveva partecipato alla 3ª edizione di X-Factor) la cui voce introduce la prima strofa per alternarsi e quindi armonizzarsi con quella di Zärat in questo brano tutto in crescendo che esplode nel cambio di tonalità dopo una pausa di sospensione a circa due terzi della durata totale.

“Cercando di sconfiggere la bestia dentro, cercando di sentire un angelo fuori, cercando di forzarmi a trovare un equilibrio. È difficile cancellare questa facciata che non mi appartiene, (loro) tirando acqua al loro mulino respirano e sono vivi più di me.
Non urlare invano, non vorrò ascoltare ancora questa suono di guerra della parte oscura di me.

Vedo che avete bisogno di equilibrarmi dentro, mi state forzando a prendere una posizione.

Bianco o nero, giorno o notte, cattivo o buono, nessun equilibrio, nessuna forma di equilibrio”

“Labyrinth” è un brano in cui predomina il modo minore, un alternarsi di primo e sesto grado sulla scala naturale di LA minore nella strofa, con pesanti pedali sulle ottave basse del pianoforte sul battere della prima delle due misure di durata di ogni accordo ed una progressione di sesto, settimo grado e tonica nel ritornello, caratterizzato da un arpeggio ad ottavi ribattuti del violino suonato da  Giulio “Sithron” Canosa in contrappunto con un riff di sintetizzatore.

Non dovresti essere sorpresa nel vedermi andar via, anche se ti dissi che volevo restare mi sentivo come un lupo in gabbia. Sapevi che avevo bisogno di un punto d’appoggio, ma non sono in vendita.
Guardando nell’occhio del ciclone potrebbe essere facile perdermici dentro.
Perché non riesco a sentire le mie braccia che ti stringono? Ho voluto provarci, non c’è nulla da dire, nessuno da seguire. Abbiamo cercato di seppellire tutto nel silenzio e questo è ciò che definisco un irrisolto labirinto”.

“Enjoy the change” è un brano che armonicamente ricorda “Anna” di Lucio Battisti, ritmicamente sorretto da una batteria il cui rullante conferisce al tutto un andamento marziale, tamburi di guerra  che spianano la strada al cambiamento che avanza inesorabile ed incalzante, su cui si inserisce nel finale il sassofono contralto di Marco Sica.

Quando la luce cade fra braccia oscure prende il via una nuova dimensione, l’universo comincia a creare ed ogni cosa dipende dalla forza di volontà. Apprezza il cambiamento, lascia che il mondo cambi”

“My own way” con la partecipazione vocale di Marialaura Stanzione affronta il tema dell’ossessione per la perfezione e delle limitazioni che può creare, impedendo di fatto di raggiungere i propri obiettivi. Si tratta di un brano elettro-pop introdotto dal campionamento di un orologio sveglia meccanico, dai consueti bassi di pianoforte a marcare l’inizio delle battute e sorretto da ritmiche elettroniche in cui predominano koto, gamelan ed il ticchettio della sveglia in sostituzione dello hi-hat della batteria.

Sentirsi ossessionati dalla perfezione ad ogni costo, sprecando il tempo e prossimi a perdere il controllo mentre un castello di sogni crolla, non riesco più a sopportarlo. Dobbiamo cancellare le aspettative, abbiamo bisogno di perseguire nuovi obiettivi, senza paura, cercando nuove capacità perché non posso perdere ancora tentando appena di scappare per trovare la mia strada”

“Perceptions” è la title track dell’album, un’introspezione in cui l’artista ripercorre le passate difficoltà nell’affrontare i rapporti affettivi, difficoltà risolte seguendo il proprio istinto, imparando a fidarsi delle proprie percezioni.

Predominante il pianoforte con i suoi caratteristici bassi e due notine nell’ottava alta a rinforzare l’ipnotica ritmica , il tutto ingentilito dal violino di  Giulio “Sithron” Canosa e dai cori sul finale

Quando cerco di provare qualcosa, non ci riesco. Il mio cuore era vuoto ed avevo bisogno di una ragione per tirare avanti, cosí vicino a seguire un puntino, quindi ho seguito le mie percezioni (il mio istinto). Ho bisogno di scorrere via, lacrime gelate vengono verso me.

L’assenza di speranza viveva nelle mie sorgenti ed ho dovuto svuotarle. Sí, ero diventato apatico ed i miei amici mi chiamavano isterico, poi ho cominciato a cercare riflessioni e l’ispirazione mi ha fatto sentire come se fossi matto. Percezioni, percezioni, percezioni…

“In the middle – Acoustic” è la versione acustica del quinto brano in scaletta, affidata solo al pianoforte ed alle voci di Zarat ed Anita Racca, che provvede anche all’esecuzione della parte di violino, ma nulla perde, anzi… si apprezza ancor meglio l’alternarsi, il rincorrersi e l’armonizzazione delle due voci.

Assai lontano dagli schemi convenzionali del pop italiano, quest’album è una delle cose più interessanti che abbia ascoltato negli ultimi anni e quel che più sorprende è che si tratta di una raccolta di brani scritti ben prima di aver raggiunto la maggior età.

Un’opera dal respiro internazionale e di notevole livello anche sotto il punto di vista della realizzazione, soprattutto considerando che si tratta di un’autoproduzione, ma che di certo non sfigura rispetto ad alcune più  blasonate produzioni nostrane.

Un artista con le idee molto chiare e con obiettivi precisi, a dispetto dei dubbi che traspaiono in alcuni suoi testi che, come già scritto, risalgono alla prima adolescenza; un artista da seguire con attenzione e che, ne sono certo, ci riserverà piacevoli sorprese nel prossimo futuro.

Qui troverete l’album:

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Claudio Ramponi
Claudio Ramponi Cremona 08-08-1956 Comincia a studiare musica all'età di 8 anni presso la Banda Musicale Cittadina di Romagnano Sesia. Nel 1971 forma il gruppo Pick-up con Franco Serafini e Claudio Allifranchini. Nel 1973 sempre con i Pick-up collabora con l'Orchestra di Luciano Fineschi ed inizia a studiare basso e chitarra classica col M° Antonio Mastino. Nel 1974 con i Museum inizia professione di musicista suonando nei principali dancing del Nord Italia. Nel 1975 passa con i Fango (che cambieranno poi il nome in Fantastic Big Orchestra e quindi Fragola & Panna) restandoci fino agli inizi del 1978, dovendo interrompere causa servizio militare, prestato nella Fanfara della Brigata Alpina Taurinense in cui suona il trombone a coulisse. Nel 1979 entra a far parte dei Panda appena prima della scissione del gruppo e con i fuoriusciti membri forma il gruppo Everest con cui registra per la PolyGram Italiana il singolo "Hey città / Park Hotel". Nel 1982 scrive gran parte dei testi per l'album di esordio di Franco Serafini, tra cui il singolo "Se ti va cosí". Nel 1984 si iscrive al Conservatorio Antonio Vivaldi di Novara dove studia contrabbasso per 2 anni col M° Giorgio Giacomelli e consegue la Licenza di Teoria e Solfeggio sotto la guida del Mº Gabriele Manca. Dal 1986 al 1997 lavora come bassista freelance con diversi gruppi ed orchestre tra cui Kalliope, Working Brass, Cabarock, Diego Langhi Big Band, Claudio Allifranchini Big Band, Daniele Comoglio Quartet. Collabora inoltre con la Vetriolo S.r.l. alla realizzazione di jingles pubblicitari in onda sui principali network nazionali. Nel 1991 conosce Raffaele Fiore e con lui collabora alla realizzazione dei testi ed arrangiamenti oltre alla produzione dell'opera rock "4uattro" portata in scena in diversi teatri del novarese tra cui il Faraggiana di Novara, il Silvio Pellico di Trecate ed il Comunale di Oleggio. Contemporaneamente collabora come polistrumentista con la Compagnia La Goccia di Novara per le rappresentazioni teatrali dei musical "Jesus Christ Superstar", "Hair", "Tommy" e diversi Concerti Tributo ai Beatles. Inoltre si unisce, in qualità di corista, al gruppo A Fourty One che allestisce un mega tributo ai Queen con due gruppi contemporaneamente sul palco ed un coro di 20 persone, portato in scena in diversi palasport, teatri e locali di Piemonte e Lombardia tra il 1992 ed il 1995. Nel 1997 si trasferisce a Tenerife, Isole Canarie, dove tuttora risiede esercitando la professione di musicista nei principali hotel.

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