Home Musica Interviste GARBO: “Viviamo una crisi di identità culturale, sta morendo il ‘900...

GARBO: “Viviamo una crisi di identità culturale, sta morendo il ‘900 e il suo bagaglio” – INTERVISTA

272
0
SHARE
garbo
Crediti Foto Daniela Castoldi
Voto Autore

di Athos Enrile

Primi anni ’80, il punk ha raso al suolo la musica progressiva imperante nei seventies e ha fornito l’elemento di rottura tra generazioni. Il talento è meno importante rispetto al fragore prodotto dal break col passato e Sid Vicious non sa esattamente cosa sia un basso elettrico e come si usi la voce. Anche l’elemento elettronico appare fondamentale tra le band più in voga e si materializzano personaggi che lasceranno un segno per sempre nella storia della musica. L’Italia non è da meno e certi sprazzi alternativi compaiono anche nella rassegna canora più importante e tradizionalista che esista: il Festival di Sanremo.

Ricordo con estremo piacere la sera in cui ascoltai “Radioclima” – che sento tutt’oggi – di Garbo, che già conoscevo per “A Berlino… va bene”, una vera novità, quando le novità esistevano ed era persino possibile metterle in mostra sul palcoscenico più importante. Lui il talento ce l’aveva… ce l’ha!

Ho chiacchierato a lungo con Garbo, cercando di estrapolare la sua idea sul nuovo Sanremo, utilizzato come scusa per andare più a fondo e capire/carpire il punto di vista di chi ha dato un’impronta stabile ad una certa musica “differente” e al di fuori dell’ortodossia nazional popolare. Ne emerge un quadro dalle varie sfaccettature, a volte un po’ triste e pessimistico, ma estremamente realistico, con uno sguardo alla fase progettuale dell’artista; appare netto il contrasto tra il sentire il tutto ormai alle spalle e la voglia di cercare la novità, quel cambiamento che spesso spaventa ma che è la conseguenza della spiccata curiosità, caratteristica che dovrebbe appartenere ad ogni buon musicista.

Molti gli spunti di riflessione…

garbo

 

Partiamo dall’ultimo evento musicale nazionale appena concluso: hai visto qualcosa di Sanremo?

Ho intravisto qualcosa durante la finale, il sabato sera, ma soprattutto il venerdì. Credo non ci siano grosse novità in quello che ti dirò: trovo tutto abbastanza lontano nel tempo, stantio. Non c’è aria di cambiamento e creatività. Mi pare sia lo specchio di un momento sociale anche povero culturalmente, molto appiattito, con ragazzi anche piuttosto giovani che fanno cose vecchie, non ho trovato materiale di particolare interesse, tutto già sentito. 

Non c’è proprio niente che ti ha colpito?

No, non mi ha colpito nessuno. Ho trovato Fiorella Mannoia dignitosa rispetto a quello che è un suo standard di qualità, anche se poi se uno va ad analizzare con la lente il testo di quel brano piuttosto che di quell’altro c’è una sorta di parvenza di finta profondità, ma fatta di molti luoghi comuni, di cosa già sentite e dette, con una velata inquietudine commerciale che esce da un po’ tutti i brani e mi pare abbastanza ovvia. Il brano che ha vinto è simpatico, con finte citazioni colte. 

Vedendo una scimmia sul palco il mio pensiero è volato spontaneamente verso Peter Gabriel…

Eh, ma quella era un’altra “scimmia”, la vera scimmia metropolitana, e poi parliamo di 30 anni fa. Se io rivedo me a Sanremo quando facevo “Radio clima”, prendo il brano così com’è e lo rimetto sul palco, probabilmente riesco ad essere ancora avanti… ma è solo un esempio rappresentativo di una situazione più generale, vale per molti miei colleghi.

Immagino che questo disegno che hai appena fatto non sia solo relativo a quest’anno…

Infatti, trovo sia qualcosa che riflette un momento culturale azzerato, quasi fosse un momento congelato nel tempo, ma che peggiora in relazione ad una crisi di identità culturale che il paese vive, e questo si riversa sulla musica “ufficiale”, e non rappresenta ciò che c’è di positivo al di fuori di quel contenitore, per strada tra i ragazzi… probabilmente qualcosa di interessante esiste, anche se poco! È il momento questo delle gare televisive, dei cantanti che devono gareggiare e vincere qualcosa… e vabbè, il risultato poi è questo…

Qualcosa da commentare sui cosiddetti “Big”?

Leggendo alcuni nomi mi sono domandato chi fossero. Poi si scopre che molti arrivano dalla De Filippi, che hanno partecipato ad “Amici” piuttosto che ad “X Factor”, ma io non sono molto documentato. Mi sembrerebbe anche interessante capire come mai son stati eliminati certi personaggi come Albano, Ron, Giusy Ferreri. Secondo me perché non sono più appoggiati discograficamente, e credo quindi ci sia dietro una logica imprenditoriale, al di là delle canzoni più o meno belle.

Ma palando solo di canzoni e non di businnes, i brani proposti dagli artisti che tu hai citato non potevano convivere con quelli dei Big più “giovani”, che sono arrivati alla fine?

Certo, mi è sembrato tutto all’insegna di queste tristi trame che richiamano la canzone melodica italiana di 40 anni fa, ma venute anche male! Nel senso che a me fa tristezza vedere la ragazza o il ragazzo giovane cantare cose di questo tipo, mi manca il punk nel senso più generico del termine… 

Inteso come”rottura”?

Esatto, nessuno osa, né giovani né “anziani”, canzoncine che poi tra un mese non ricorderà più nessuno. L’anno scorso mi pare che vinsero gli Stadio, ma dopo sei mesi? Forse per degli artisti significa fare poi una stagione estiva di serate che può  rendere economicamente… una stagione… un anno!

Tu che ricordi hai della tue partecipazioni?

Fu molto divertente, un ricordo molto piacevole nello scoprire un baraccone pazzesco che mi ha dato modo di conoscere cose che oggi probabilmente non esistono più. Ho conosciuto i Queen, Frankie Goes To Hollywood, i Talk Talk, ci siamo divertiti con i Duran Duran… tutti coetanei; c’era un’altra atmosfera “giovanile” all’epoca. Artisti che sono usciti da lì, come Zucchero, Ruggeri, Mango, c’erano cose davvero interessanti. Mi ricordo che la prima volta che fui invitato non volevo andare a Sanremo, ma mi chiamò Ravera a casa: era il 1984 – l’anno di “Radioclima”; io ero un ragazzo e mia madre mi faceva da pseudo segretaria pur non essendo molto informata sul mondo della musica, e mi attaccava post-it ovunque, ma quel giorno ero a casa e lei mi disse: “C’è un certo Ravera Gianni che ti vuole parlare…”. Mi tenne più di mezz’ora al telefono per convincermi a partecipare, e ci riuscì dicendomi che voleva che ci fosse tutta la musica italiana, non solo quella nazional-popolare, e cercava anche le cose nuove e nascenti… va bene Pupo, Ricchi e Poveri e Toto Cotugno, ma anche elementi alternativi. Allora io accettai, e mi trovai anche in un contesto divertente e interessante, dove mi sentii, come si dice a Milano, come l’uovo fuori dal cesto, ma come lo erano anche Ruggeri e Zucchero, e ci guardavamo intorno divertiti e stupiti, ma quello stupore era interessante, era diverso. Ora i ragazzini che si presentano sul palco hanno un solo intento, diventare famosi.

Quindi di Ravera non ne esistono più?

No, non ne esistono più, così come non esiste neanche la discografia di un certo tipo, che sapeva anche essere sporca e ladra, che rubava i soldi agli artisti, ma il gioco poteva valere la candela, perché se avevi qualcosa da dire e lo volevi comunicare, forse avevi lo spazio per farlo, magari con più difficoltà, ma c’era gente disposta ad ascoltare quello che volevi comunicare, anche se fuori dagli standard. Oggi manca forse il coraggio di fare un po’di cultura, quella con la “c” minuscola, quella di vita.

C’è stato un periodo in cui alcuni artisti, a quei tempi alternativi, erano restii ad andare a Sanremo perché la partecipazione li avrebbe marchiati negativamente, e così valeva per certi ascoltatori”…

Hai ragione, quando io uscii da Sanremo il mio pubblico, che mi ero costruito all’inizio e che mi seguiva e mi vedeva come il Weller italiano, gridò al tradimento: una buona e sana fidelizzazione che oggi manca. Come in politica, non esiste più destra o sinistra, c’è una ricerca del potere dove le spartizioni sono sempre le stesse. Non ho vergogna a dire che non vado a votare, non credo nella politica, cerco di parlare alla gente delle cose che mi interessano in altro modo, con la musica, non tratto temi politici, ma sociali sì, e lo faccio intrattenendomi a parlare con chi lo desidera, dopo i concerti. A me questa società non manca, mi ci sento dentro come un alieno.

Ma se per qualche motivo il prossimo anno ti arrivasse un’altra telefonata come quella di Ravera cederesti?

Assolutamente no, e non vorrei neanche fare televisione. Mi ha stancato l’inutilità e la finzione, non andrei neanche da Fazio se casomai mi invitasse, non mi interessa proprio. Quello che mi interessa ancora, sebbene io sia al fondo della mia carriera, è stare con la gente e sperimentare ancora un po’ di cose. Mi annoierei ad andare in televisione, cosa potrei raccontare? Queste cose che ti sto dicendo? Ma non interessano al grande pubblico!

Ma questa è la storia della musica… la nostra storia!

Certo, sono d’accordo con te, è importante la memoria storica, così come i documenti che la possono raccontare, perché solo così possiamo confrontarci con le idee e con i trascorsi di persone che hanno costruito qualcosa di importante, per sé e per la società. Ma onestamente a me non va di usare strumenti che cercano di trasformare o mediare il mio pensiero. Se siamo al telefono o uno di fronte all’altro siamo persone che non hanno bisogno di audience, siamo persone che si dicono cose e si scambiano un pensiero. Ma perché dovrei andare a proclamare qualcosa in televisione? Non mi interessa.

In tutto quello che mi stai raccontando – ed è un peccato non sia riproponibile il tono della voce, che dice molto più del contenuto –  sento preoccupazione e delusione…

Sono abbastanza triste perché penso alla povertà, al vuoto che vediamo per strada tra la gente, quella fisica, vera, quella che fa finire persone che hanno lavorato sino a ieri a dormire in macchina, o a non avere niente; quella povertà, che sta diventando tangibile e vicina, può essere anche nostra. Quella povertà è quella che ti colpisce di più. Ma poi c’è quella culturale e intellettuale, meno palpabile ma ancora di più pesante. C’è un vuoto pazzesco, e secondo me in queste cose viene fuori in modo sottile. È drammatico, sembra quasi inutile oggi scrivere un buon libro, fare un buon album che possa trovare condivisioni… 

Ha influito la tecnologia in tutto questo?

Probabilmente sì, vivere “seduti sulla comodità”, in un mondo dove i ragazzi non sanno più scrivere con la penna, probabilmente uccide le idee. Oggi non fai più un metro, tutto è elettronicamente preconfezionato. Mi ha fatto tristezza vedere il “signor TIM” sul palco di Sanremo per dare un premio: la discografia è diventata la telefonia mobile! Il vincente di Sanremo diventa il ballerino della TIM che balla sul palco ed è riproposto continuamente, e non capisco come chi si occupa di marketing non realizzi che la sovraesposizione diventa controproducente. È anche per questo che la TV mi annoia e mi intristisce, e così io guardo solo un certo film, o mentre mangio la uso come sottofondo. Alberto Salerno mi ha chiesto cosa ne pensavo del Sanremo appena finito: ho fatto lo sforzo di vederne una parte e avevo programmato la serata finale! Poi caso vuole che venerdì sera, quando hanno premiato i giovani, sono a casa con amici e seguo la TV, e scopro che il vincitore è uscito da Amici ed è il ragazzo di una che è tra i big, anche lei proveniente da Amici, e mi chiedo perché debbano esserci queste cose che non stanno né in cielo né in terra! Una volta poteva andarci anche Finardi, gli ospiti potevano essere Springsteen, Bowie o i Queen, e uno allora a guardava la TV, era un appuntamento importante. Non c’erano internet e youtube, potevi guardare questi grandi ospiti quasi come se fossero a casa tua, e poteva avere un senso farsi conoscere in qualche modo, sdoganare certe cose. Non a caso Peter Gabriel venne a fare la scimmia vera, e si ruppe una costola schiantandosi contro la balaustra… erano cose punk divertenti. Adesso non succede più niente, si commuovono tutti col nulla, ma dove sono i brani? Sono tutti vicini per tipologia, queste cose melense, una noia pazzesca, poi ovvio che vince un pezzo con i giochini di parole, ma almeno ti da una ventata d’aria più fresca, muovi un po’ il culo senza ascoltare quello che dice. Mi ricordo che Battiato mi diceva che anche una serie di cavolate, se rivestite in un certo modo, acquistano una parvenza filosofica ed è chiaro che ci puoi ricamare quando vuoi. Se poi sei uno talentuoso con la parola ci giochi, perché è bello unire termini in modo tale che tu stesso ti stupisci, e allora diventa stimolante. 

A proposito di Alberto Salerno che… ci ospita,  lui ha prodotto un tuo disco, avete un rapporto antico…

Sì, che poi è rimasto nel tempo; non ci siamo più sentiti con continuità, anche se ho ritrovato Mara a Scalo 76 – un programma di RAI 2 – dove lei cominciava già ad essere televisiva. Sono entrambi molto divertenti, una strana e divertente coppia a cui si vuole bene istintivamente. Alberto è uno diretto, così come Mara, e forse si sono incontrati per quel motivo. Hanno cercato di vivere con passione il loro lavoro, in modo molto sanguigno ed emotivo, e quindi ho un bel ricordo. Ogni tanto poi ci sentiamo, ma senza motivi professionali, così, per il piacere di scambiare qualche opinione.

Prima hai citato Finardi, che tempo fa mi ha raccontato come per un certo periodo uno dei suoi cavalli di battaglia, “La musica ribelle”, gli fosse venuto a noia. E’ successo anche a te?

Devo dire di no. Anche durante i concerti attuali propongo pezzi storici come “A Berlino va bene”, “Radioclima” o “Il fiume”, quelli più importanti per un pubblico che mi segue da sempre, ma è ben disposto anche verso le cose nuove, accettandomi come artista non molto convenzionale e in mutamento continuo. Non mi è mai successo di avere un rigetto, anche perché intervengono musicisti nuovi, arrangiamenti nuovi, e quel brano muta nel tempo, come muto io. Forse perché non ho mai scritto canzoni che si possono inserire in una linea temporale. Spesso sono canzoni che non hanno l’elemento cronologico, perché non affrontano la cronaca ma qualcosa di più esistenziale e intimo che invecchia e si rinnova con te.

A volte i brani diventano un vero manifesto… pensa a quanto sia attuale e fortemente simbolica una canzone come “My generation”, scritta nel 1965…

Certo, e quel brano cammina con la gente che ogni volta lo vive in un modo nuovo… a me comunque non è capitato quanto accaduto a Finardi o a Fossati che non voleva più fare “La mia banda suona il rock”. Forse il rigetto è nato perché quella canzone non li rappresentava nel modo più ampio. Lo stesso Battiato dice che il suo disco più brutto è la “Voce del padrone”, come fosse del vino annacquato, e queste sono sue parole. 

Mi hai fatto un esempio di una coppia famosa e importante nel mondo della discografia e hai evidenziato certe caratteristiche umane, ma non è così per tutti…

Credo esistano personaggi molto sopravvalutati rispetto al loro valore reale, in alcuni casi poco generosi e arroganti; chi fa questo mestiere e viene quindi a contatto con altre sensibilità – altri artisti, il pubblico – dovrebbe fare la star solo sul palco, se proprio non ne può fare a meno, ma non con le persone con cui vive e lavora… serve anche umiltà avendo cura di ringraziare la sorte che ci ha regalato una vita un pò… straordinaria, almeno rispetto a quello che la gente vive mediamente. Basterebbe pensare a questo, senza essere ricchi o primi in classifica per essere consapevoli che siamo fortunati, e solo così riesci a mettere i piedi ben saldi a terra e acquisti lucidità.

Mi racconti qualcosa del Garbo attuale?

Sto facendo quello che ho definito – ma non per cercare una strana promozione – l’ultimo tour, che è partito il 10 ottobre dall’Auditorium di Lugano e che idealmente vorrei concludere a capodanno, quindi durerà più di un anno. La cosa bella è che non è fitto – 3/4 concerti al mese -, però vado in posti che non frequento da tanto tempo: Cagliari, Catania, Trento, Napoli, Roma, Riccione, luoghi dove incontro la gente e mi rendo conto che mi stima e c’è anche molto affetto e rispetto, e questo è importante, e mi trattengo con loro anche dopo il concerto e ho modo di confrontarmi e dire anche queste cose di cui abbiamo parlato, del fatto che serve impegno quotidiano da parte di ognuno di noi nel nostro piccolo perché cambi davvero qualcosa.

Poi mi voglio fermare e nel 2018 fare un disco nuovo, voglio occuparmi di idee nuove che ho in mente, non in cerca del successo, ma un disco sperimentale. Se non sperimentassi mi annoierei, non capisco i musicisti che fanno sempre la stessa musica, fossi così avrei già smesso da molto tempo, nel senso che avrei cambiato attività.

Hai qualche rimpianto se ti volti indietro a considerare il percorso effettuato?

Devo dire di no, sono il risultato di quello che ho deciso di fare e ho fatto, e se l’ho fatto è perché mi andava di fare così. Non sempre quello che facciamo può andare nel verso giusto, anche perché commettiamo errori, che però ci devono essere, non siamo perfetti. Non rimpiango però nulla perché ho avuto la fortuna di fare ciò che volevo, magari ci ho rimesso economicamente, ecco, non sono ricco e lo vorrei essere, ma chi non lo vorrebbe? D’altra parte se non sono mai sceso a compromessi e non ho fatto cose per cui mi vergogno ci sta anche che non sia ricco.

Come immagini la musica nel futuro?

Se penso alla mia musica sono ancora curioso e mi interessa capire cosa nascerà domani. Se guardo quello che ho intorno, vedo tristezza e il vuoto. Molte persone e molti ragazzi dicono “o Dio mio quanti morti eccellenti questo anno”, e io penso che sia il normale corso della vita, poi alcuni se ne vanno via prima perché hanno avuto una vita davvero spericolata, ma in realtà al di là del normale divenire di tutti sta morendo il ‘900, con tutto il suo fardello e le sue contraddizioni, le guerre dentro e fuori, le diatribe filosofiche e quelle vere. Muore il ‘900 con un grande bagaglio contradditorio che però è enorme, così vengono meno elementi importanti e la sensazione che spesso ha la gente è che rimanga il vuoto e che vengano meno riferimenti importanti…

Questo per chi ha vissuto il passato, ma pensa a chi è già nato nel vuoto e non ha quindi termini di paragone…

Vero, i ragazzi di oggi non lo rimpiangono perché loro sono nati già in questa condizione, il loro spazio non è vuoto, è pieno di quella roba lì, per noi inconcepibile. È la nostra generazione che soffre di questa perdita, perché la normalità per noi era dare un senso alla vita, cosa che non sembrerebbe prioritaria oggi. Io non ho niente da rimpiangere, ho cercato di fare il meglio che potevo, qualcosa che per me era una vocazione. Da ragazzo non dicevo “diventerò famoso”, pensavo solo a fare musica, a condividerla, era un sogno. Mi sono divertito e mi ritengo una persona fortunata. Compio sessant’anni ad aprile e se faccio un bilancio posso dire di aver avuto una vita interessante che pochi hanno avuto la fortuna di vivere.


Auguri in anticipo per Garbo e un ringraziamento per la gentilezza e la disponibilità dimostrata.

Commento su FMD