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Per Luigi Tenco il lavatoio di Sanremo

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Tenco
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di Michele Caccamo

Dio, messo così lontano, continuava a baciarlo. Come si fa con i bambini quando hanno uno spavento. E si è apprestato a chiudere le vastità del Paradiso, fin nelle sue intime fessure: affinché non entrasse un suono, e perbacco neanche la voce di Tiziano Ferro.

Luigi abita la parte chiara dell’invisibile, la più libera e interamente poco umana, proprio in quell’abbondante vuoto che lo distanzia dalla sua tomba. Lui è stato l’ultimo avventore sano, delle squallide cantine di Sanremo. L’ultimo ad avere il denaro contato per un altro bicchiere di vino.

Luigi quella notte non è stato rianimato neanche dall’odore dei fiori messi sul palco, come fossero civette nutrite da una necessaria allegria. Aveva in circolo, nella mente, una polvere cieca, e il suo corso spirituale. Aveva voglia di spalancarsi nel cielo, di chiudere le mani che avrebbero applaudito la canzone vincitrice: “non pensare a me” perché qui la mia storia è finita.  Una pistola ha attenuato la sua voce.

Stasera a Sanremo ci hanno fatto credere di averlo ereditato, di volerlo adesso accogliere come una felice madre. E hanno fatto intonare una finta nota in apertura, a un canto grigio e spento.

Come avessero un lavatoio lo hanno fatto riapparire, per festeggiarne la morte.

Luigi era un rivoluzionario, non un perseguitato da se stesso. Luigi per vivere si è battuto, giusto e sincero. Lo ha fatto prima di rinchiudersi nel suo fiore di poesia, prima di concludere le sue cose reali. Prima di diventare candido e lento quanto la bellezza delle nuvole.

Stasera a Sanremo si è visto indubitabile il suo durare antico sull’inutilità del festival.

Stasera a Sanremo hanno replicato il suo funerale, per ammonire il Genio.

Qualcuno ha voluto mettere altri listoni di pietra sulla tomba di Luigi , e ha voluto fosse Tiziano Ferro il fermo.

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