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La Radio, perché…

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di Leandro Barsotti

La radio l’ascoltiamo per tanti motivi: per avere un po’ di compagnia sonora in questo mondo che ci ha disabituato al silenzio; per sentire delle voci parlare del più e del meno, origliando come fossimo in coda alle poste; oppure per scoprire nuova musica che ci piace.

Io faccio parte di questa terza categoria. Ascolto la radio perché voglio sentire come suona il mondo, che cosa sta succedendo. Alberto Salerno un giorno mi disse: «La canzone racconta quello che stiamo vivendo adesso, in questo tempo, noi».
E se è vero che la musica pop è vita, io voglio sentire cosa la vita mi sta suggerendo.

D’altronde la radio privata è nata per questo. Lo cantava Finardi, ve lo ricordate? E lo spiegava bene. Quando da ragazzino ascoltavo le prime radio private, scoprivo della musica affascinante che la radio Rai non trasmetteva mai. I cantautori, per esempio: erano ai margini della comunicazione ufficiale, eppure le radio private li spingevano e li amavano, e ce li hanno fatti conoscere. Oggi, quei cantautori che negli anni Settanta erano snobbati dalla Rai ma amati dalle piccole radio private, sono riconosciuti come grandi artisti che hanno segnato un pezzo della nostra storia culturale.

Ma oggi se accendo la radio, quella privata intendo, mi rendo conto che non è più così. Poi accendo la radio, quella di Stato, la Rai, e mi stupisco.

Esempio: ascoltavo poco fa Radiodue Rai. Due conduttori pacati, che non dicono stupidaggini a caso per riempire il silenzio come purtroppo sento fare spesso in molte altre radio private, ma danno informazioni musicali. E passano della musica tipo: Thegiornalisti, Cosmo, Calcutta ma anche XX, Drake, LP. E poi via con brani nuovi usciti da poco, o con brani che fanno parte del repertorio di artisti noti ma non singoli ufficiali, quindi canzoni da scoprire.

Penso: questo dovrebbe fare una radio, dovrebbe farlo ancora. Ed è curioso che adesso, dopo la rivoluzione dell’etere, lo faccia la Rai e non lo facciano più quelle che erano le radio private che osannava Finardi. Quelle non esistono più: sono diventate network commerciali, adesso. Propongono sempre le stesse venti canzoni commerciali. Non hanno più un’idea propria, se non per un giochino telefonico da fare con lo sponsor di turno. Tra un brano e l’altro i conduttori parlano di sesso, leggono ritagli di giornali, recitano l’oroscopo, ridono sguaiatamente sul nulla.
E viene da chiedersi: ma le radio private amano ancora la musica?

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