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Il Rap, il sapore dell’incanto

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Rap ©soren-astrup-jorgensen
Rap ©soren-astrup-jorgensen
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di Stefano De Maco

Il Rap è ormai, volente o nolente, una forma d’espressione culturale che riflette, di solito, i malesseri sociali e metropolitani, soprattutto dei giovani.

C’è un filo che lega la rabbia e malessere nella Musica, attraversa tutti i generi e ogni muro. È quella rabbia che nasce nelle stanze delle case, nelle strade. Un sentimento creativo che aggrega. Giovani artisti Rap e Gruppi si formano, stelle primordiali in un universo in espansione, si ritrovano in cantine e sale prove massacrate dal sudore e dal “vai e vieni”. Con l’unico obiettivo di Fare Musica.

C’è chi usa chitarre e chi usa beat. Chi canta melodie, chi “Rappa”. Facciamo sempre troppi distinguo, classifiche. Dimenticandoci il senso e il sapore dell’incanto. Non quello romantico, ma quello essenziale per non diventare di plastica.

Rapper e Dj (o BeatMakers), persone e Artisti con un grandissimo istinto, magari senza la Grammatica Musicale Accademica. Un mondo, a volte, troppo spesso parallelo, quasi fossero dei “paria”. Ma che ha un suo perché e un proprio orgoglio sacrosanto. Del resto #chissene, non credo che McCartney e Lennon siano usciti da qualche scuola che non fosse la vita e i pub. Forse a volte questo rende più liberi di esprimere la rabbia, il malessere e perché no anche la gioia o lo scazzo attraverso la Musica.

Photo by Robert Whitaker/Getty Images

Lo sappiamo, non basta cantilenare per fare Rap, non basta fare scratch per essere Dj. Così come non basta essere dei fulmini sulla chitarra per essere un Van Halen o altalenare su 5 ottave di corde vocali per essere un grande cantante.

I Rapper sono una risorsa, innanzitutto linguistica, per la loro costante ricerca terminologica, semantica ed eufonica. Portano avanti il linguaggio più di ogni altro, trovano colori sonori inusuali tra le parole, creando associazioni verbali e visuali fresche ed inaspettate. Un linguaggio che nasce dalla strada, dalla quotidianità e non dai vocabolari. Certo, possono essere a volte crudi, ma ne vale la pena. E alcuni, a volte anche scontati o banali. Come certi Cantautori o Jazzisti, del resto. Ma sono vitali. Ciò che oggi è duro e scomodo, domani sarà scontato e di repertorio. Il passato ce lo ha dimostrato. Chi si scandalizza oggi per “Disperato erotico stomp” di Lucio Dalla? Chi si burla di “Prisencolinesinainciusol, olrait”?

Credo sia inevitabile che il Nuovo spaventi il Vecchio. Il Vecchio Rappresenta le certezze consolidate, il Nuovo è il vento che spalanca le finestre e scompiglia la stanza. In entrambi i casi non c’è un netta demarcazione tra bene o male. Nella mia adolescenza il Nuovo era il #punk e le sue varie declinazioni, una decade prima era il #rock, e ancora prima i Beatles, e prima ancora Elvis e il suo Bacino.
Del resto il rock non era chiamata la musica del demonio?

E poi diciamolo, il mondo Rap e Hip-Hop ha un’apertura culturale maggiore verso i Social Media e i suoi usi. Non è un caso che sempre più spesso arrivino al successo, alla fama , alla consacrazione solo ed esclusivamente attraverso un istintiva abilità nell’uso degli strumenti social. L’esempio più eclatante, Chance the Rapper, 23enne candidato a ben 7 Grammy Award senza alcuna Multinazionale dietro, solo col passaparola e la credibilità consolidata attraverso i Social. Mica pizza e fichi. In proporzione, macinano più like loro dei colleghi Pop, a parità di mezzi.

E anche da noi diventano star dello streaming, come lowlow (Sugar), talento nascente di produzione italiana (il bravissimo Fausto Cogliati, già collaboratore degli Articolo31), 2milioni su Spotify, 10Milioni su Vevo. D’accordo, dirà qualcuno, ma sono soltanto numeri.

Fausto Cogliati e il rapper lowlow

Vero. Avercene, però… e poi dopo tutto, significa che arrivano ai loro obiettivi senza perdersi in troppe polemiche pro o contro i canali tv, in realtà non ne hanno il tempo, perché “fanno”. Fanno serate, fanno sessioni in studio, fanno musica. Certo in un modo diverso dal mio, ma ripeto #chissene.

Tesimonial puri del #DIY [Do It Yourself], creano una rete di connessioni, di collaboratori, pardon, crew… creano nel senso più ampio del concetto. Anche nuovi linguaggi video, nuove tendenze, nuovi modi.

E parallelamente tutto questo poi si trascina negli altri aspetti della Produzione Artistica. Nuovi linguaggi visuali nei video, nuove tecniche e ritmi di montaggio. Tutto veloce, adrenalinico, dinamico. Come la musica che fanno.

Ecco è proprio questo che trovo luminoso in questi tempi nebulosi: l’ #energia, l’ #entusiasmo e soprattutto “l’urgenza” che ci mettono. Non so quanto impiegherà a perdere questa linfa, ma per ora c’è. E lo dico da ignorante, più colpito dal fenomeno sociale piuttosto che appassionato del linguaggio musicale, più curioso di quel che può portare e insegnare, piuttosto che scettico su ciò che ci lasciamo indietro. E non mi riferisco solo a quelli più famosi, i vari Fedez, J-Ax, Fabri Fibra, che bene o male hanno aperto un tracciato, ma soprattutto a quelli che stanno arrivando.

Alcuni nomi, oltre al già citato #lowlow, come Dende, Sfera Ebbasta, Ghali, Giaime, e altri che non conosco ma esistono e i follower lo sanno bene. In certi casi non sono nemmeno più nativi italiani o madrelingua. Esempio eclatante di mix, i #SoulSystem, trionfatori contro i pronostici dell’ultima edizione di X-Factor. Il sigillo di una tendenza.

Forse hanno più coraggio a mescolarsi, forse si fanno meno “para” a condividere progetti e percorsi, collaborano per il piacere e la stima. Come “uomini nudi con un bagaglio di fantasia” (Jovanotti, l’Ombelico del Mondo)

Perché l’Arte è così, avvicina anziché dividere. E se divide, arte non è. E se un giorno anche loro si chiuderanno dietro una porta faranno lo stesso errore di chi l’ha chiusa prima di loro.

Sta anche a noi decidere o meno se ascoltare ad orecchie e spirito libero una musica che ha un linguaggio diverso. Ecco, io pur non essendo un seguace del genere Rap, non riesco a denigrarlo, solo perché non lo conosco, usa un’altra sintassi o perché appartengo ad un’altra cultura e generazione, criticandoli perché non sanno chi è #MilesDavis o #Bach. Ammesso poi sia davvero così.

Mi rammentano però che la lingua non è quella nei libri di grammatica, che la #poesia è anche e soprattutto quella che si respira nella desolazione delle periferie, nella capacità di arrivare alle stelle coi mezzi a disposizione, nel sudore della disperazione, negli schiaffi sulla pelle, nelle #solitudini delle aggregazioni improbabili, nella mancanza di orizzonti. È vitale, pulsante, con un beat che magari a me sembra sempre uguale. Ma forse sono solo le mie orecchie che sono pigre. Una cosa è certa: la vita va avanti, non indietro.

Non fermiamoci a giudicare un libro dalla copertina, non fermiamoci a giudicare ciò che non conosciamo solo in base ai nostri gusti. Mi ritengo un ignorante nel vero senso della parola.
Ma proprio per questo ho ancora il sapore dell’incanto.

PER VISUALIZZARE IL VIDEO CLICCARE SULL’IMMAGINE
lowlow – Il sentiero dei nidi di ragno – dall’album “Redenzione”, prodotto da Fausto Cogliati.

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