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Björk denuncia il sessismo nell’industria musicale

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Di Elena Nesti

Björk, in un suo post su facebook a fine dicembre, fa il bilancio di questo anno che l’ha vista impegnata nell’inedita attività di DJ. La musicista islandese ha evocato i commenti sessisti dei media riguardo alla sua nuova vocazione: «alcuni media non riescono a capire il fatto che non faccia una “performance”  e che “mi nasconda” dietro al mixer. Diversamente dai miei colleghi uomini. Credo si tratti di sessismo».

I media in questione avrebbero denunciato il fatto che gli spettatori non abbiano potuto vederla in scena perché lei “si nascondeva” dietro Mixer per DJ.

In ragione di questo il suo show non sarebbe un “live”, quando invece il progetto prevede il DJ set di Björk arricchito con delle installazioni multimediali.

Una donna esiste solo se è “guardabile”, osservabile, se può essere oggetto degli sguardi del pubblico? In un live al femminile, noi pubblico vogliamo per forza vedere?

«Gli uomini hanno il diritto di spaziare da un campo ad un altro […] ma non le donne. Le donne nella musica sono autorizzate a essere delle cantautrici che parlano dei loro fidanzati. Se scelgono un altro argomento e parlano di atomi, di galassie, di attivismo, della produzione di un beat in quanto nerd della matematica o qualsiasi altra cosa che essere performers che cantano dei loro amori, ricevono delle critiche… come se la nostra unica possibilità di espressione fosse l’emotività.»

L’artista continua:

«Ho fatto ‘Volta’ e ‘Biophilia’ cosciente del fatto che non si trattava di argomenti di cui le donne di solito scrivono. Pensavo di averlo meritato. In ‘Volta’, album attivista, ho cantato delle kamikaze in stato di gravidanza e ho cantato per l’indipendenza delle Isole Faroe e della Groenlandia. In ‘Biophilia’, album pedagogico, ho cantato di galassie e atomi ma sono stata accettata dai media solo con ìVulcaniaì, dove ho condiviso una rottura amorosa. Agli uomini è permesso spaziare da un argomento all’altro, fare fantascienza, sceneggiati d’epoca, commedie in cui si prendono a botte e humour, gli è permesso essere nerd della musica che si perdono scolpendo paesaggi sonori, ma non alle donne. Se non ci apriamo il petto e buttiamo sangue per gli uomini e i bambini delle nostre vite, stiamo ingannando il nostro pubblico.»

Björk evoca subito dopo il test di Bechtel, che serve a identificare il sessismo nelle opere cinematografiche e letterarie, provando fino a che punto queste sono incentrate sui personaggi maschili. Secondo il test, un’opera non è sessista se comporta due donne identificabili (aventi un nome!) che parlano (!) di un argomento diverso da un personaggio maschile (!!).

«Rodiamoci pure il fegato sul test di Bechtel. Ma sono convinta che il cambiamento sia nell’aria, lo stiamo attraversando. […] per la fine di questo anno, spero che il prossimo, sebbene abbia avuto il coraggio di affrontare un classico argomento femminile, il dispiacere amoroso, cambierò il costume di scena e abbandonerò questo ruolo. Congelate Edith Piaf e Maria Callas in quel ruolo (non c’è un documentario che io abbia visto sulla Callas che non menzioni Onassis, ma mai che parlando dei musicisti uomini si citino le donne che hanno amato e che gli hanno spezzato il cuore)».

E conclude con un auspicio:

«Facciamo che il 2017 sia l’anno della trasformazione definitiva! Il diritto alla varietà per tutte le donne… »

Il post di Björk fa eco al commovente discorso di Madonna durante il ritiro del premio Woman of the Year ai Billboard Awards il 9 dicembre scorso, in cui l’artista aveva già evocato il fatto che alle donne è permesso solo «essere carine e gentili e sexy», denunciando il bullismo maschile e gli abusi nell’industria musicale (ne abbiamo già parlato qui).

Due artiste rivoluzionarie che concludono questo 2016 portando l’attenzione del pubblico sui “difetti di visione” (chiamiamoli così) della nostre società. Due discorsi che sarebbe utile non considerare come degli sfoghi (il mito dell’isteria femminile è sempre dietro l’angolo) ma come serie constatazioni. Del resto Björk parla di “diritto alla varietà” (e non “diritto al varietà”): anche le cantautrici possono essere portavoci del nostro sentire comune, tanto quanto gli uomini, nonostante culturalmente non si riconosca loro la credibilità di cui avrebbero diritto.

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Elena Nesti
Nata tra Livorno e Firenze (amministrativamente Pisa, ma sapete, le rivalità), classe ’88, antropologa. La mia passione per i progetti artistici interdisciplinari mi ha portato a scappare a Roma alla maggiore età. Li mi sono subito confrontata con la scrittura e la direzione musicale di uno spettacolo di teatro-danza (Seta & Cera, 2010), lavorando anche ad altre produzioni delle medesima compagnia, di cui sono stata direttrice artistica. In contemporanea mi sono laureata al DAMS (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) di RomaTre con una tesi sulla metanarrazione e il canto melismatico nel rock-musical « Rent ». Segue un esilio preventivo per 6 anni a Parigi, dove tra le varie peripezie artistiche e non, è avvenuto il mio battezzo da antropologa con una ricerca sul campo nel milieu dell’hip hop new style di Parigi. Attualmente borsista dell’Università Franco-Italiana in memoria di Valeria Solesin, con il mio progetto di ricerca di dottorato sulla ricezione di artiste pop (#empatia, #socialnetworks, #gender, #iconegay), che porto avanti tra l’Italia e Parigi, così come un progetto di collettivo artistico interdisciplinare al servizio di cantautori e musicisti electro-pop. Segno particolare : un sesto senso da scovatrice di talenti, che mi fa scoprire con anticipo The Next Big Thing.

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