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Impassibile e impossibile, così ho mollato Bob Dylan

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di Paola Pellai

Fin da piccola ho imparato a ringraziare. Lo facevo anche con Babbo Natale pure se sotto l’albero mi faceva trovare qualcosa che me ne fregava zero. Ma abbozzavo un sorriso enorme ed ero felice perché sapevo che quel dono era un premio al mio essere stata brava. Magari più brava di un altro. E’ la prima cosa che mi viene in mente pensando a Bob Dylan che, insignito lo scorso 13 ottobre del Nobel per la Letteratura (leggi nostro articolo), prima ha snobbato per due settimane gli Accademici che lo rincorrevano, poi, in un’intervista al Telegraph, abbozzò: “La notizia mi ha lasciato senza parole, una bella soddisfazione. E se sarà possibile il 10 dicembre andrò a ritirarlo”. Se sarà possibile, ovvio. E, infatti, non sarà possibile. Ci ha fatto sapere ora che ha preso altri impegni.

Eppure quegli Accademici svedesi, per lui, hanno “spaccato” i rigidi cordoni della tradizione. Mai era stato dato un premio a un cantautore, creatore di “una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana”, come sottolinea la motivazione del Comitato. Già, quel Comitato aveva pensato di “soffiare nel vento” del cambiamento con una decisione “rivoluzionaria”. Mai e poi mai avrebbe pensato che diventasse un motivo di cui pentirsi. Dylan snobberà il Nobel (leggi nostro articolo precedente), ma gli effetti se li sta già godendo in termini di business e di audience. Solo un dato raccolto pochi giorni dopo l’assegnazione: su Spotify i suoi ascolti  erano già aumentati del 512% a livello globale e la canzone, Like a Rolling Stone, è cresciuta del 258%.

Se il Nobel lo aveva lasciato senza parole, era ipotizzabile che non le avrebbe neppure trovate per mettere insieme il discorso d’obbligo al ritiro del premio. Uno sgarbo agli Accademici, a tutti quelli che avevano applaudito alla scelta e alla prestigiosa playlist che lo ha preceduto. Qualche nome? Thomas Mann, Luigi Pirandello, Hermann Hesse, Thomas Stearns Eliot, Ernest Hemingway, Albert Camus, Boris Pasternak, Salvatore Quasimodo, Samuel Beckett, Pablo Neruda, Eugenio Montale, Dario Fo…

Dylan non ha neppure avuto la coerenza (e il coraggio) di rifiutarlo, come invece aveva fatto nel 1964 Jean Paul Sartre, dopo aver pregato in anticipo di non assegnarglielo: una volta vinto, aveva subito scritto una lettera con le sue motivazioni. Era stato chiaro con gli altri e limpido con se stesso. Dylan sembra un po’ il protagonista della pubblicità di un profumo degli anni ’80, quella dell’uomo che non deve chiedere mai perché intanto tutto gli è dovuto. Quindi niente grazie, verrò se ne avrò voglia, no purtroppo non posso perché ho altri impegni… Mi ricorda tanto il Bob Dylan con il quale mi sono imbattuta nel giugno dell’anno scorso in concerto a San Daniele, in Friuli. Una delusione per me che, da ragazzina liceale, aveva rincorso la vacanza studio a Londra anche per cercare i suoi dischi tra le bancarelle di Portobello. Rammento ancora l’orgoglio di esserne uscita con il vinile di Mr. Tambourine man e quante speranze, negli anni, ho unito ai versi di Blowin’ in the wind. Vedevo in quell’ometto un portavalori, uno che con l’arma delle parole voleva difenderci e spronarci allo stesso tempo. Quelle canzoni mi hanno tenuto compagnia, dandomi la certezza che le guerre sono sempre sbagliate, mentre ci sono battaglie che vanno affrontate.  Insomma, quel Dylan mi pareva un amico tosto.

Andai a quel concerto convinta di trovarci la sua anima e il suo cuore. Osmosi, simbiosi, sinergia. Fate voi. Col cavolo. Nulla di tutto ciò. Non ha detto una sola parola tra una canzone e l’altra, non ci ha salutato né all’inizio né alla fine. Ha fatto abbassare le luci sul palco quando si è accorto che c’era chi scattava foto con lo smartphone. Non ha mostrato tenerezza per chi aveva sfidato il diluvio né riconoscenza per chi si era comprato pure la maglietta e la fascia del suo tour. Impassibile. E pure impossibile pensare di avvicinarlo in qualche modo. Dietro il palco un pullman lunghissimo. La sua casa. Vive sigillato lì dentro, niente conferenze stampa, nessuna cena in locali tipici, scordatevi l’idea di stringergli la mano o scattarci un selfie. Impassibile e impossibile. Fuori dal palco, dentro il pullman. E appena possibile si riparte. Meglio se nel cuore della notte, così non lo infastidisce nessuno. Addio, Bob. Ti ho mollato quel 28 giugno 2015. Non me ne frega nulla di quello che Stoccolma ti ha assegnato. Quel Nobel lo hai vinto con le tue parole ma lo hai perso abbondantemente con il tuo atteggiamento. E a Babbo Natale ho già scritto di non regalarmi nulla che ti riguardi. Perché stavolta “grazie” non glielo dico.

Caro Bob l’era della beat generation è bella che finita da un pezzo e tu, se non l’avessi capito, sei un tantino invecchiato, e alla tua età fa strano vederti fare ancora la rock star irraggiungibile, burbera e maledetta, il tutto sa di “nostalgico” che rasenta il penoso. Resettati un attimo perchè sei in un’epoca diversa.

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