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Not Dark Yet – La Scienza del Distacco

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di Giacomo De Rosa

Il palco è l’unico posto dove riesco a sentirmi un po’ solo”. È una delle tante frasi attribuite a Bob Dylan. Che il nostro l’abbia effettivamente pronunciata o meno, poco importa. Resta il fatto che è sufficiente conoscere un briciolo della sua storia e del suo stile per non meravigliarsi di fronte a certe scelte che al resto del mondo possono apparire eccentriche, non ultimo il prolungato silenzio con cui ha accolto l’assegnazione del Nobel per la Letteratura.

Dylan ha infatti sviluppato una vera e propria “scienza del distacco” sin dagli ormai lontani anni ’60, quando, spinto dalla morbosità di certe frange di pubblico e dall’opportunismo di parte dei media, fece sfoggio di straordinario buonsenso ritirandosi in campagna e piantando in asso tutti coloro che lo volevano alla guida del movimento di protesta. Da allora non è mai rimasto fermo a lungo nel medesimo punto, un po’ per vocazione e un po’ per la sacrosanta esigenza di non farsi incasellare dai professionisti dell’etichettatura.

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Alla base di questo metodo di autodifesa sta la separazione assoluta fra l’uomo e l’artista. Ciò si traduce nella protezione totale della propria privacy rispetto alle ingerenze esterne (un po’ come fece Lucio Battisti in Italia): chi vuole conoscere Dylan lo può fare attraverso le sue canzoni, i suoi concerti, le pur centellinate e talora criptiche interviste. Tutto il resto attiene alla sfera privata, e privato deve restare.

Questa “scienza del distacco” Dylan l’ha esposta più volte nei suoi brani sin dai tempi di Restless Farewell. Se coloro che oggi lo criticano, dandogli del “maleducato” e persino del “buffone”, si fossero presi la briga di ascoltare Not dark yet (dall’album Time out of Mind del 1997), forse avrebbero capito che il silenzio-post-Nobel è perfettamente coerente con la sua storia.

Cadon le ombre, e sono stato qui tutto il giorno È troppo caldo per dormire, il tempo corre via Sembra quasi che la mia anima sia diventata acciaio Ho ancora le cicatrici che il sole non ha guarito Non c’è neppure spazio per essere da qualche parte Non è ancora buio, ma ci siamo quasi”.

“Shadows are falling and I’ve been here all day It’s too hot to sleep, time is running away Feel like my soul has turned into steel I’ve still got the scars that the sun didn’t heal There’s not even room enough to be anywhere It’s not dark yet, but it’s getting there “.

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La canzone vira apparentemente dall’ironia al sarcasmo, fino a giungere al disincanto e addirittura al cinismo. Eppure, mentre scorre in modo lento e quasi ipnotico, è possibile avvertire una strana forma di dolcezza e calore che fa capolino qua e là:

Dietro ogni cosa bella c’è stata una qualche forma di dolore

Behind every beautiful thing there’s been some kind of pain

Qualche anno fa ebbi modo di ascoltare Dylan eseguire Not Dark Yet dal vivo. Mi trovavo alla Cittadella del Carnevale di Viareggio. Il pubblico non era né numerosissimo né fra i più attenti, per quanto sia giusto precisare che ad ogni concerto di Bob Dylan c’è una fetta di presenti che non hanno ben chiaro ciò che sono venuti ad ascoltare – spesso perché fuorviati dall’immagine del “menestrello pacifista” di Blowin’ in the wind che i media italiani continuano ineluttabilmente a propinarci. Questo settore di pubblico corre il concreto rischio di restare deluso dall’esibizione per via delle canzoni riarrangiate, della voce rauca o dell’estremo riserbo del frontman; anche quando trova lo spettacolo gradevole, tende comunque a distrarsi facilmente. Quella sera, però, avvenne qualche cosa di magico.

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Lo spettacolo volgeva ormai al suo termine e la soglia media di attenzione non era appunto elevatissima: molte persone chiacchieravano fra loro, i bambini giocavano e non mancavano occasionali schiamazzi. Fu allora che Dylan e la band attaccarono a suonare Not dark yet, un brano senz’altro sconosciuto al 90% delle persone lì presenti, dal ritmo lento e per giunta abbastanza lungo.

Come per miracolo, quei piccoli miracoli che riescono ai grandi artisti, tutti i presenti ammutolirono di colpo e iniziarono a seguire con il massimo coinvolgimento, quasi ipnotizzati, la voce roca di Dylan che salmodiava quei versi così fatali. Per circa sei minuti non volò una mosca. Poi, quando la canzone terminò, le persone iniziarono via via a risvegliarsi da quello strano torpore e a rendersi conto di ciò a cui avevano appena assistito, della bellezza minimale e quasi inspiegabile di cui erano stati testimoni. Ne scaturì un applauso corale e intenso, direi persino attonito

Ecco, il senso di quella “scienza del distacco” sta proprio qui: l’uomo può essere distante, sfuggente, scorbutico, ma l’artista è lì, è vicino e parla a chiunque lo voglia ascoltare. Anche quando sale sul palco per stare da solo. Anche quando fuori sta diventando buio. E allora cosa cambia sapere se si presenterà o meno a una cerimonia?

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