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La musica ribelle: Propehts of Rage

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Voto Autore

di Stefano De Maco

“E`la musica, la musica ribelle
che ti vibra nelle ossa
che ti entra nella pelle
che ti dice di uscire
che ti urla di cambiare
di mollare le menate
e di metterti a lottare”

Cito Finardi, sperando di non incorrere in una violazione di copyright. Della quale, in caso, mi scuso. Lo cito perché è il senso di ciò che oggi voglio scrivere. Un brano del ’76, altri tempi. Stesso “Sugo” [titolo dell’LP, NdA] che ancora ci circonda. Stessa rabbia. Significa che qualcosa purtroppo non è cambiato.

È la stessa “rabbia contro la macchina” (Rage against the machine) dell’88. La stessa di oggi dei “Prophets of Rage”, 2016, band composta da nomi del passato, Public Enemy (ChuckD), Cypress Hill (B-Real), Rage Against the Machine (Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk)

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Un brano, omonimo, ancora dannatamente attuale. Come quello di Finardi. 

“I roll with the punches
so I survive
Try to rock ‘cause it keeps
the crowd alive”

“Vado avanti incassando colpi per sopravvivere, ribellandomi perché mantiene svegli”, questo più o meno il senso, difficile da rendere nella nostra lingua per la meravigliosa sinteticità che ha la lingua inglese (Se qualcuno ha una traduzione migliore, lo ringrazio fin d’ora).

Per fortuna la musica non ha bisogno di traduzioni. I suoni arrivano alla pancia, al cuore al cervello, senza grammatica. Arrivano e smuovono le emozioni, le persone.

E chi l’ha detto che la musica sia solo divertimento? C’è il momento per “Be-bop-a lula” ma c’è anche quello per “Imagine”.
Ora i tempi sono bui. E non è retorica, è una polaroid dei titoli dei tabloid.

C’è una rabbia che monta di giorno in giorno. Presto sarà uno tsunami, se già in certe coste non lo è già. C’è chi cavalca questa rabbia per un tornaconto elettorale, spesso senza un sincero desidero di rinnovamento, se non di poltrone e chiappe da metterci sopra. Tutto il mondo è paese. L’America come l’Italia.

Mr. Trump, magnate parruccato e piacione, imprenditore scaltro e mediatico, scende in politica, candidandosi alla poltrona #1 della classifica mondiale del potere. E per farlo non lesina battute volgari, razziste, omofobe, misogine, sotto l’ombrello del “dico quello che pensa la gente”.

Frantuma i confini del rispetto, crea nuove praterie in cui scorrazzare sparando all’impazzata contro i nuovi “nemici dell’America” che deve “tornare Grande”. C’è sempre bisogno di una Nuova Frontiera (mi perdoni JFK) per compattare e veicolare la rabbia della massa.

C’è sempre bisogno di un “pellerossa” da cacciare in nome della libertà. Quella  propria però, del giardinetto candido davanti casa.

Anche usando la musica, i suoi titoli e refrain, come nuovi payoff. Come nuovi post. Anche usurpandone l’uso. In barba alle diffide degli Artisti e Autori (così come da noi scritto in un precedente articolo), fregandosene della legalità e del diritto. Stravolgendone il senso, in cerca di facile consenso delle masse adoranti. La liturgia delle Conventions repubblicana suggellata dalle hit. La superficialità del Marketing nella politica di plastica che parla alle pance per assopire le menti.

We are the champion”… ma de che? Ma lo sa di che parla? Tra l’altro anche i britannici Queen hanno diffidato MrTrump & Co.

C’è una sirena all’inizio del brano in questione, una sirena che annuncia pericolo imminente, o imminente sventura. Un grido che chiama a raccolta, che squarcia i pizzi delle tende dei nuovi palazzi di Versailles. Che spazza lo zucchero a velo dalle brioches delle probabily First Ladies. Prima che il peggio accada.

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Prophet of Rage. Profeti della rabbia, versi duri, con suoni ruvidi. Non è una reunion band. Non è una “all-vintage-star” band. Non è l’ennesimo “social hit” di beneficenza. Non è una cover in cerca di likes e smile. È Un urlo gridato in faccia ai sordi, con tutta la rabbia delle ingiustizie, e in questo momento, contro il pericolo Donald Trump.

Gridato sui tetti e per le strade in live-show che assomigliano più a flash mob che a show-case. Suonato tra la gente, per la gente. Per tenerla sveglia. Il contrario, forse, di quello che invece vorrebbero Mr.Trump e i suoi consulenti mediatici, per non rovinare la baldoria della consacrazione, sacerdoti farisei di una realtà finta e patinata. Come la lacca sui suoi capelli posticci.

Ognuno ha il tycoon che si merita. Il nostro, se non altro, commissionò e realizzò un inno su misura, col nome del partito a far da titolo e incitazione da stadio.

We shall overcome” intonava Martin Luther King. E 1.000.000 di altre voci in una storica marcia silenziosa. Un altro modo di esprimere rabbia. E poi sappiamo cosa è successo.

Clear the way/for the prophet of rage

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