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Intervista a Mario Incudine, sintesi perfetta tra colto e popolare

Mario Incudine è l'esempio perfetto di cosa è o dovrebbe essere un "artista", qualcuno che oltre il talento, la cultura e la gavetta, ha un vero progetto artistico da proporre, che va oltre le classificazioni culturali e artistiche, e nel caso di Incudine c'è anche la capacità di annullare le distanze tra musica popolare e musica colta, riuscendo a coniugare la sua musica, ispira alla tradizione popolare siciliane, con altre forme d'arte, come il teatro, la letteratura, la musica leggera e così via.

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Voto Autore
di Corrado Salemi

Mario Incudine è un cantante, autore, attore e regista nato ad Enna trentaquattro anni fa.

Sei dischi all’attivo.  L’ultimo si intitola “Italia Talìa”, pubblicato nel 2013 e distribuito dalla Universal.

A prima vista sembra scontato catalogarlo nella musica popolare e nella World Music; ma Mario è in realtà un artista completo, che ha saputo coniugare la sua musica che si ispira alla tradizione popolare – fortemente legata alle sue radici siciliane – con tutti gli ambiti dell’arte e della cultura (teatro, letteratura, musica leggera, festival internazionali, e così via), convincendo artisti e personaggi di primissimo piano della bontà del suo progetto.

La sua biografia parla chiaro.

Vanta collaborazioni preziosissime:  Simone Cristicchi, Ambrogio Sparagna, Lucilla Galeazzi, Nino Frassica, Mario Venuti, Tosca, Antonella Ruggiero, Kaballà.  Ha duettato con artisti quali Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Peppe Servillo, Alessandro Haber, Francesco Di Giacomo (Banco del Mutuo Soccorso).

Si è esibito in Spagna, Francia, Olanda, Belgio, Portogallo, Marocco, Algeria, Tunisia, Messico, Turchia, Bulgaria, Capo Verde, Canada, Cina e Stati Uniti.

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Tra i grandi eventi che lo hanno visto coinvolto citiamo, per necessità di sintesi:

Nel 2011 lo spettacolo “Cannibardo e la Sicilia” di Andrea Camilleri, regia di Giuseppe Dipasquale, con Massimo Ghini, lo vede protagonista nella serata di apertura del Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Nel 2012 si è piazzato al secondo posto al Premio Tenco nella sezione Targa Tenco 2012 – “Album in dialetto” (cantautori) come miglior album in dialetto.

Nel 2013 Mario Incudine apre i concerti del tour “Apriti Sesamo Live” di Franco Battiato.

Nel 2015 partecipa insieme a Mario Venuti al concertone del Primo Maggio, organizzato dei sindacati CIGL, CISL e UIL a San Giovanni Laterano in Roma.

Nel 2015 Moni Ovadia lo vuole accanto nella regia della rappresentazione di Le Supplici di Eschilo per il Teatro greco di Siracusa.

Stiamo tralasciando moltissime cose: potete leggere, e vi suggeriamo di farlo, la sua ricchissima biografia sul SITO WEB

Intere generazioni si sono scontrate con l’idea di “cambiare il mondo”. Ma cosa significare cambiare il mondo?  Indubbiamente significa disvelare l’inutilità delle classificazioni, facendole svanire nei fatti, generando e giustificando nuove prassi (sociali, artistiche). Mario Incudine è un artista che ha, di fatto, annullato le distanze tra musica popolare e musica colta, dimostrando che “culturale” non significa inquadrato in preciso genere, ma significa proporre un’arte densa di significato, carica di giustificazione storica, e sempre adeguatezza al contesto. In questo senso il titolo ci sta tutto: Mario Incudine sta cambiando il mondo della musica e della cultura, se non lo ha già fatto.

Abbiamo incontrato Mario Incudine durante il soundcheck di un suo concerto a Terrasini, in provincia di Palermo. Lo ringraziamo sinceramente per la splendida intervista che ci ha concesso.

 

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Mi piacerebbe aprire questa intervista parlando della tua partecipazione al concerto del Primo Maggio a Roma: ci racconti questa esperienza? Quali emozioni hai provato? In fondo tu sei salito su tantissimi palchi importanti ed hai partecipato a molte manifestazioni di primo piano in giro per il mondo, per cui mi interessa capire se davvero il palco di Roma è così prestigioso come appare.
E’ un palco che mette davvero i brividi: è stata una sensazione pazzesca poter portare la mia musica, e in particolare un brano sociale e politico come “Italia Talìa”, su un palco di questo tipo. Riuscire a cantare frasi come “Italia Talìa sti figghi toi, che solo ammazzati addiventano eroi”, così come poter ricordare tutti i nomi dei sindacalisti uccisi dalla mafia, in questo palcoscenico… sicuramente un emozione incredibile. Emozione partita già quando il palco ruotava e poco per volta vedevi quel pubblico immenso. Come dicevi, di palchi ne abbiamo calcati molti ed anche importanti: il Teatro dell’Opera di Pechino o il Festival dei Due Mondi di Spoleto sono solo degli esempi. Però devo ammettere che quello del Primo Maggio è un palco che ti carica di responsabilità, soprattutto per il valore che le tue parole possono assumere.

Se non sbaglio Ernesto Assante su Repubblica, commentando questo evento, ha evidenziato come l’esibizione che ti ha visto protagonista insieme a Mario Venuti sia stata la più aderente alla tematica del Primo Maggio.
Sì, è vero. Ma quando hai un palco come quello di Roma, che ha una storia e una connotazione di quel tipo non lo puoi sprecare: devi essere in linea con la giornata che stai per celebrare.  Per questo abbiamo voluto fare un omaggio al primo maggio del 1946 e agli eventi di Portella della Ginestra.  Se si riesce a capire l’importanza di questo palco e se ne coglie la vocazione allora è non si può non essere in linea con quella giornata e col suo significato, e noi a quanto pare ci siamo riusciti. E siamo riusciti soprattutto a dare voce ad una Sicilia che non dimentica chi è stato ammazzato per i diritti dei lavoratori. Se sali su quel palco non puoi fare come se fosse Sanremo, né tantomeno fare delle canzonette: devi dire delle cose che hanno senso, anche perché non ti capita più. Chi può dire se in futuro potrò esserci di nuovo?  Intanto ero lì e dovevo sfruttarla nel più corretto dei modi.

Come è nata l’amicizia con Mario Venuti?
E’ un’amicizia che dura da tempo: Mario Venuti aveva collaborato con me nel disco Anime Migranti, ed io avevo collaborato con lui in tante altre occasioni. Quando l’organizzazione del Primo Maggio ci ha chiamato proponendoci di partecipare magari portando la voce delle “periferie”, abbiamo pensato che lui le cantava proprio con il brano Il Ventre della città, mentre io cantavo il rapporto in qualche modo di “periferia” della Sicilia con l’Italia in alcune mie canzoni ed allora ci siamo ci siamo guardati e ci siamo detti: andiamo!  Anche perché potrebbe essere un’occasione importante per dare voce ad una certa visione della canzone d’autore. Entrambi facciamo canzone d’autore, lui in Italiano ed io in siciliano, ed entrambi parliamo di “sicilianità”, siamo densi di sicilianità. C’è subito sembrato bello poter mettere insieme questi due mondi, apparentemente lontani ma che invece sono molto più vicini di quanto noi stessi immaginavamo.

Hai toccato un tema per me importante, il tema della lingua con cui esprimersi. Tu hai scelto di cantare usando il siciliano della tua terra, la tua lingua “natia”.
Assolutamente sì. Io credo sia fondamentale utilizzare la nostra lingua siciliana per poter parlare di qualsiasi cosa: d’amore, di lavoro, di denuncia sociale, di migranti.  Se devo scrivere una cosa che mi viene dal cuore la scrivo in siciliano, non mi passa neanche per la testa di usare un’altra lingua: credo che sia questo per me il modo più diretto e più naturale per poter dire quello che ho dentro. Inoltre secondo me recuperare una lingua come il dialetto siciliano e metterla al servizio della musica è una cosa che è necessario fare, perché altrimenti questa lingua muore e quando muore una lingua muore un popolo, muore la sua memoria: ne siamo collettivamente tutti responsabili. Magari non farò successo oppure percorrerò una strada più lunga, ma sicuramente farò le cose e dirò le cose che voglio dire e come le voglio dire.

Se non sbaglio tu stesso hai apertamente citato Andrea Camilleri come tuo riferimento. Camilleri, si sa, ha elevato la lingua siciliana a dignità di narrativa grazie alla sua scelta di narrare, appunto, le sue storie in siciliano anche quando i personaggi parlano in italiano. Ci trovo un forte parallelo con la tua musica: tu racconti le tue storie in siciliano dando a questa lingua altrettanta dignità in musica. A dire il vero c’è un generale ritorno al dialetto ed alla lingua popolare, ma purtroppo sempre più spesso se ne fa un uso posticcio, maccheronico, tanto dare un’aria di “stranezza” e di straniero alla propria musica. Una sorta di moda priva di radici profonde. Non è il tuo caso, ovviamente.
Camilleri ha fatto un’operazione geniale: sdoganare la lingua siciliana e farla diventare una lingua televisiva, teatrale, una lingua di letteratura. E’ in linea con quanto aveva fatto Pirandello: quest’ultimo ha sdoganato la “sicilianità” raccontando storie siciliane in italiano. Camilleri ha raccontato le stesse storie siciliane ma usando il “camilleresco”, una specie di siciliano frammisto d’italiano. Io sono stato a casa sua [di Andrea Camilleri, N.d.R.] tante volte, e lui dice sempre una cosa bellissima: nel teatro, nella musica, nell’arte ogni lingua diventa magica e comprensibile. E aggiunge che non bisogna avere paura di usate la lingua siciliana, né di usare termini magari desueti perché quei termini, come ad esempio “cabbasisi” o altri termini che ha inventato lui, entrano poi di diritto nella letteratura italiana.  Io credo che avere un endorsement come quello di Camilleri, com’è stato per Le Supplici ad esempio, è importante perché lui parte da una matrice veramente popolare: Camilleri racconta davvero la sua Sicilia, una Sicilia di cinquant’anni fa, ma la racconta in una maniera così poetica che diventa la Sicilia di oggi e diventa una Sicilia internazionale. Per questo ritengo Andrea Camilleri un monumento, un faro per tutti coloro che hanno deciso di scrivere in dialetto. Scusa se mi dilungo, ma voglio citarlo nuovamente. Sempre lui dice: se noi raccontiamo la Sicilia autentica, non quella folcloristica, non quella come dici tu “maccheronica”, ma la Sicilia autentica, evidentemente riusciremo a raccontare una Sicilia internazionale. Tolstoj diceva “racconta il tuo villaggio e sarai universale”: noi questo dobbiamo fare, partire dal nostro villaggio per essere universali, senza dimenticare da dove veniamo. Solo se sappiamo da dove veniamo sapremo dove andremo.

E la Sicilia diventa universale non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Perché tu sei riuscito ad attualizzare l’antica Grecia grazie alla lingua siciliana: mi riferisco alla tragedia Le Supplici di Eschilo nella versione curata da te e Moni Ovadia e messa in scena alla scorsa stagione del Teatro Greco di Siracusa.
Perché in realtà è come se il tempo non si fosse mai fermato. Se pensi che Eschilo è morto a Gela, e quindi in Sicilia, che è stato nominato “Antropos sikelyanos”(uomo siciliano) e se rifletti sul fatto che ha rappresentato le sue Supplici per la prima volta a Siracusa, allora ti rendi conto che forse, chi lo sa, in quel momento il siciliano poteva essere davvero la lingua che si parlava in quel momento. Quindi noi non è che abbiamo fatto una operazione di chissà quale originalità: abbiamo soltanto preso un testo greco e al posto di tradurlo in italiano lo abbiamo tradotto in siciliano. Del resto la traduzione è di per se un tradimento, quindi Eschilo o lo rappresenti in greco antico, come era parlato allora, oppure con qualsiasi traduzione è già un tradimento. Per cui non vedo per quale motivo sia lecito tradurre in italiano e non lo sia tradurre in siciliano. Anzi, in siciliano noi restituiamo allo spettatore forse l’anima più vera, quella più vicina ad Eschilo, quella di un Eschilo vissuto in Sicilia ed impregnato di quei suoni e di quelle sfumature. Secondo me non è stata una pensata troppo peregrina, ma piuttosto è stata un’idea che secondo me e Moni Ovadia ha avvicinato molto più Eschilo alla sua Sicilia di quanto non lo si faccia in italiano. Inoltre l’italiano è una lingua musicalmente strana: non potevi fare una versione prosodica dell’italiano in maniera musicale, sarebbe diventato un musical molto finto. Riuscire ad utilizzare la poesia siciliana, quella di cui parlava Federico II, a servizio di una tragedia greca che tra l’altro parla di cose che succedendo ancora oggi in Sicilia, con le stesse identiche tematiche che usava Eschilo nel 465 a.C. Abbiamo tentato di utilizzare gli stessi codici di Eschilo, attraverso la nostra visione poetica, trasformando la prosodia di Eschilo nella poesia nostra.

Come ho già avuto modo di dirti, ho apprezzato moltissimo Le Supplici. E, volendo delimitare il campo alla musica, mi sono piaciute moltissimo le tue scelte musicali “ripescate” dalla tradizione. Ad esempio l’uso del Cuntu, il riferimento ai Cantastorie, ai Carrettieri, ma soprattutto tradizioni ritenute a torto scomparse come il canto per quinte parallele, ma potrei andare avanti per ore… Mi sono piaciute perché a mio parere questi repertori hanno dato la possibilità allo spettatore di entrare in empatia col testo di Eschilo molto più di una rappresentazione convenzionale.
Certo, la musica ha un appeal diverso rispetto alla parola stessa. Nel caso della nostra versione delle Supplici poi la parola era cantata ed in tutte le parti recitate di fatto gli attori cantavano, alla stessa maniera dei recitativi accompagnati nell’opera lirica: una parola cantata, quindi, non una parola detta.

Se mi permetti l’accostamento, è una scelta allo stesso tempo popolare ed aristocratica, perché prende dal teatro colto ma prende anche dalla terra. Senza contare che la lingua greca antica era di se Una scelta efficace, quindi, capace di parlare al cuore ma anche alle teste, prendendo il pubblico nella sua interezza…
…ma soprattutto una scelta che ha radici nel canto dei Carrettieri, nella tradizione dei Cantastorie che sono stati il primo tipo di teatro itinerante, nell’arte del Cuntu che è l’arte di chi raccontava anche le grandi epopee.

Del resto se vogliamo il teatro greco è organizzato come una sorta di cuntu, in cui di tanto in tanto le vicende narrate si fermano in una sorta di “fotografia” di alcuni momenti topici…
Esattamente.  E noi abbiamo fatto in modo che questo cantastorie, che poi si rivela essere Eschilo stesso interpretato da me, potesse snodare tutto lo spettacolo, con la differenza che al posto di utilizzare dei cartelloni da girare di scena in scena aveva una loro materializzazione con degli attori veri.

Ti confermo che è come l’ho recepito: una scelta eccezionale.
Ti ringrazio davvero.

Mi racconti l’incontro con Moni Ovadia?
Io e Moni Ovadia ci siamo conosciuti a Roma ad un mio spettacolo. Lui ha assistito al mio cuntu “Lu trenu di lu suli” sulla strage di Marcinelle ed è impazzito dall’euforia, mi ha abbracciato e ha detto “ma dove sei stato fino ad ora?”. E da li è nata un’amicizia ed una stima reciproca. Di conseguenza quando Moni Ovadia ha avuto l’incarico della regia delle Supplici di Eschilo mi ha chiamato proponendomi di curare con lui la regia e di occuparmi di tutte le musiche.

Ultima domanda: mi presenti i tuoi musicisti?
Sono musicisti straordinari provenienti da esperienze musicali diverse e che ormai fanno parte del mio suono. Emanuele Rinella alla batteria, Manfredi Tumminello alle chitarre, Antonio Vasta all’organetto, fisarmonica e zampogna, Antonio Putzu ai fiati e Pino Ricosta al basso. Ognuno di loro, dato la loro provenienza da esperienze differenti, dà un apporto notevole al suono della nuova musica popolare, di questa nuova world music firmata Mario Incudine. Questa è la mia forza anche perché questi musicisti sono la mia famiglia: tutto quello che succede tra noi anche fuori dal palco lo riversiamo sul palco ed in questo modo le emozioni passano più dirette, non si è soltanto esecutori ed ognuno di loro è parte integrante del mio progetto.

Ti ringrazio sinceramente per questa intervista.
Grazie a te.

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L’intero Album di ITALIA TALIA lo si può trovare anche su Spotify

Fonte Foto Nino Calamuneri – Davide Maro

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